Testo: A. Ventola | Fotografie: E. Turienzo | Editore: Syndicom | Data: 24 genaio 2014 | PDF
Il viaggio alla scoperta di calligrafi e stampatori continua. Nella pittoresca e romantica città di Hoi An, nel cuore della penisola vietnamita, incontriamo un rinomato calligrafo locale che ci illustra il significato più profondo dell’arte calligrafica.
Pham Thuc Hong abita in una viuzza stretta di Hoi An, incollato a uno dei tanti negozi di vestiti. La calca diligente dei turisti – cecchini dalle Canon telescopiche, ansiosi di immortalare spicchi di vita di strada – muove lenta e massiccia, scivola oltre le venditrici ambulanti di pannocchie e supera i vecchi barcaioli senza denti, spettri sbrindellati col remo che penzola dal braccio logoro, e cattura loro l’anima polverosa, la imprigiona nello scatto silenzioso e meccanico di un battito di ciglia.
Bordeggiamo la folla e raggiungiamo la casa di Pham Thuc Hong, accompagnati da Truong, il nostro traduttore simultaneo di cinquantasei anni, baffo curato e una passione smodata per il Manchester United.
Pham Thuc Hong si inchina tre volte sorridendo, avvolto da un turbante blu-scuro.
“Come inizia il suo viaggio alla scoperta della calligrafia, Mr. Hong?”.
“Si tratta di una tradizione di famiglia. La svolgo da quarant’anni, da quando ero piccolo fino ad oggi. È l’amore della mia vita”.
“Chi le ha insegnato?”.
“Oltre ad essermi stata tramandata, ho sviluppato la tecnica praticandola. Mi sono laureato all’università, alla facoltà di lettere. Studiando i classici, ho dovuto imparare i caratteri cinesi. Dopodiché ho praticato per conto mio. Andavo alle pagode, studiavo sui libri”.
“È necessario capire cosa si scrive? In Occidente alcune scuole chiedono allo studente di copiare testi orientali senza capirne il significato”.
“Ciò è sbagliato. Capire il testo è fondamentale. I caratteri cinesi combinano diversi significati all’interno di una stessa parola. Ad esempio la parola alcool è una combinazione della parola acqua e della parola che indica l’arco di tempo tra le cinque e le sette di sera, il che vuol dire che l’alcool è un liquido e sarebbe opportuno berne solo di pomeriggio. La forma della parola stessa rappresenta il suo significato, quindi è necessario capirlo altrimenti non si può lavorare bene”.
“Che cosa rappresenta per lei la calligrafia?”.
“Un modo per divulgare un messaggio d’amore a chi legge, e in secondo luogo un modo per soddisfare me stesso”.
“Per alcuni maestri è importante la leggibilità, altri prediligono l’astrazione. Come interpreta lei la calligrafia?”.
“Dipende dal risultato che voglio ottenere. Posso essere estremamente concreto, legarmi al significato puramente letterale del testo senza esulare da esso. Oppure posso sostituire la leggibilità con l’emozione, conferire al segno un potere particolare, che va a toccare lo spirito di chi lo osserva. Ma, in questo caso, dipende dal grado di comprensione di chi legge, dalla sua predisposizione e dalla capacità di ricevere il messaggio. I poemi buddisti possono risultare incomprensibili per il lettore, ma leggendoli ogni giorno, e soffermandosi a riflettere sulle parole e sul loro significato, dopo mesi, o anni, il significato diventa chiaro e il messaggio è penetrato in voi. E anche se continuerete a vivere come avete sempre fatto, senza saperlo siete cambiati”.
“Cosa prova quando crea?”.
“Ogni sentimento si riflette sulla carta. Paura, rabbia, orgoglio, amore, pace, passione, tristezza… La mano segue ciò che le detta il cuore, e dalla pressione del pennello in un determinato punto, o dal modo in cui sfuma il colore in un altro, è possibile comprendere l’intento dell’artista, cosa ci ha voluto trasmettere”.
“Cosa pensa della calligrafia occidentale?”.
“Nutro un profondo rispetto per l’arte europea, credo che ogni cultura possieda una proprio modo di intendere la calligrafia. Mi piacerebbe riuscire ad amalgamare lo stile occidentale con quello orientale in futuro”.
“Sappiamo che durante la guerra molti artisti venivano spediti al fronte per supportare i Viet Cong nella lotta per la liberazione del Paese”.
“All’epoca l’unica cosa che desideravo era la pace per il mio Paese. Ero molto giovane e non entrai a far parte dell’esercito, continuai a studiare e divenni insegnante a mia volta”.
“Insegna ancora?”.
“Certo. Insegno e studio. Ho quattordici pubblicazioni all’attivo, praticamente tutte sponsorizzate da me. Non ci sono altre possibilità. È l’unico modo che ho di mantenere intatta la tradizione”.
Stringiamo la mano a Pham Thuc Hong, che nonostante le difficoltà linguistiche e gli impegni di lavoro, ha ampiamente ripagato le nostre attese, concedendoci diverse ore del suo tempo e illuminandoci sul più importante aspetto dell’arte, il perseguimento di una conoscenza ermetica e spesso inaccessibile.

