Testo: A. Ventola | Fotografie: E. Turienzo | Editore: Syndicom | Data: 11 luglio 2014 | PDF
Il viaggio alla scoperta di calligrafi e stampatori continua. In Vietnam, nella suggestiva città di Hoi An, conosciamo Do Minh Nhan, calligrafo e pittore, poliedrico artista che ha vissuto gli orrori della guerra e la rinascita del Paese con gli occhi dell’arte.
Hoi An.
Dopo aver intervistato Pham Thuc Hong, calligrafo vietnamita dal background classico, la nostra guida, Mr. Truong, ci conduce attraverso vicoli gocciolanti, cortili festosi, ponticelli in legno, strade gremite di turisti fino alla piccola bottega di Do Minh Nhan.
Aspettiamo nella stanza fitta di quadri e calligrafie, pergamene e sculture in legno, ammirando le opere e chiacchierando con Trong, quando Do Minh Nan sbuca da una porta, pulendosi le mani con uno straccio, i capelli radi avvolti in un codino bohemien.
Ci stringiamo la mano, scambiamo qualche parola in francese e ci accomodiamo intorno al tavolo da lavoro di Nhan.
“Le sue calligrafie ci sembrano più moderne rispetto a quelle del suo collega Pham Thuc Hong, Signor Nhan”.
“Vi appaiono più comprensibili perché sono caratteri latini, e non cinesi, calligrafati con la tecnica tradizionale, che di per sé è pura essenza.”
“Perché lei usa i caratteri latini e non quelli cinesi?”
“Il Vietnam ha adottato i caratteri latini da molti anni e ormai fanno parte della vita quotidiana, pertanto ho sviluppato la mia tecnica fino ad ottenere una calligrafia personalizzata. Capita che uso i caratteri cinesi, ma raramente”.
“Quali strumenti usa per dipingere?”.
“Pennello e inchiostro. Il pennello è la chiave per esprimere i propri sentimenti. La penna a sfera non denota alcuna differenza tra una parola e l’altra. Con il pennello, invece, è possibile trasferire su carta l’emozione che ci domina in quel momento, con una pressione maggiore del polso si alternano i grossi con i fini e il grande con il piccolo, in modo da ottenere una composizione armonica, anche con l’uso di tonalità più scure o più chiare di colore”.

“Come si è avvicinato alla calligrafia?”.
“Il primo maestro è stato mio padre. Mi insegnò a parlare francese e a dipingere. Oggi ho sessantanove anni e da quando ne ho dieci dipingo. Era importante per lui che io imparassi entrambe le cose. All’epoca non capivo perché. Quando in seguito scelsi la strada della calligrafia, nel’99, imparai a combinare quello che avevo appreso da mio padre, le tecniche di pittura, alle lettere”.
“Prevale il senso letterale o il significato astratto, nelle sue opere?”.
“Entrambi. Cerco di ottenere un equilibrio tra i due. Osservando la lettera, scrutandola con attenzione, puoi vedere molto più di quanto non appaia. La cosa più importante di tutte è l’idea che si ha in mente, sulla quale ci si focalizza costantemente, per periodi di tempo molto lunghi. Mi piace giocare con le forme e spesso le parole diventano forma, pittogramma”.
“Quali sono i soggetti delle sue opere?”.
“In genere calligrafo proverbi o poesie, testi che concernono principi guida nella vita, l’orientamento da intraprendere per avvicinarsi a Dio o per ricordare a me stesso di comportarmi in un certo modo, o gli stessi insegnamenti del Buddha. Spesso calligrafo e leggo ciò che scrivo ogni giorno, per poterlo comprendere appieno”.
“Durante i dieci anni di conflitto tra Stati Uniti e Vietnam come ha vissuto?”
“Quand’ero giovane mio padre era il preside della scuola elementare, dall’altra parte del fiume. Il fiume di Hoi An divideva in due la città. Da una parte vi erano i soldati dell’esercito del Sud, appoggiati dagli americani, mentre dall’altra parte stavano i soldati di Ho Chi Minh. Io mi arruolai con l’esercito vietnamita del sud, e combattei contro gli uomini di Ho Chi Minh dal ’68 al ’75. Ho dovuto imparare a combattere e non avevo alternative. A volte il destino decide per te. A volte spetta al tuo Paese scegliere, altre alla Storia, a Dio o al governo, poco importa. A volte fai quello per il quale sei predestinato, senza pensarci troppo”.
“E poi che successe?”.
“Quando la guerra finì, nel 1975, il Paese era stremato. Nessuno pensava all’arte, c’erano cose più importanti da fare. Trovare da mangiare, raccogliere i cocci e ricostruire ciò che ci avevano distrutto. Nel 1999, quando Hoi An è stata resa patrimonio dell’UNESCO, fu a quel punto che iniziai a darmi alla calligrafia”.
“E come sopravvisse fino ad allora?”.
Do Minh Nhan sorride, dice qualcosa al nostro traduttore, che si volta e indica alcune riproduzioni di quadri famosi alle pareti.
“Fece quello che facevano i pittori di un tempo. Copiò i suoi modelli e si mise a venderli per strada. I Picasso e i Van Gogh, sono loro che gli hanno salvato la vita”.



