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Testo: A. Ventola | Fotografie: E. Turienzo | Editore: Syndicom | Data: 25 gennaio 2013 | PDF

Il Myanmar è il nuovo obiettivo del nostro viaggio alla scoperta delle tecniche di stampa asiatiche. A Bagan, condotti da un’insolita guida, raggiungiamo un antico monastero dove sono custodite diverse pergamene. Qui un ex monaco ci racconta la loro storia.

Stavolta non c’è da scherzare.
Stavolta il sole spicca alto nel cielo azzurro di Bagan, si staglia imperioso sulla vallata di templi diroccati, e i raggi sono fiamme. Non basta la crema solare protezione 55. Non bastano il cappellino degli Yankees, nè l’asciugamano bagnato intorno al collo. La bici affittata in città non ha le marce. Tocca pedalare. Arranchiamo lungo il viale sterrato. Dietro di noi un campanello suona tre volte. “Dove dovete andare?” domanda un ragazzino. “Alla vecchia libreria, la Pitakkataik”. “Vi ci porto io. Seguitemi”. La libreria è stata costruita dal re Anawrahta (1044-1077) per custodire le trenta raccolte dei Tripitaka, le scritture buddiste. La sua struttura ricorda quella di un tempio, con una cella centrale circondata da un corridoio; è collocata su un solo piano e ogni lato misura 51 piedi. Le tre finestre mantengono una scarsa illuminazione al fine di proteggere i volumi.

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Il ragazzino indica una porta stretta. “Quella è l’entrata. Avete una torcia?”. Nessuna torcia. “Allora buona fortuna. Avrete compagnia”.

Non capiamo fino a quando non siamo immersi nell’oscurità. Non vediamo nulla. Ma gli squittii, insistenti, quelli li sentiamo. E anche il battito d’ali. La libreria è la tana di decine di pipistrelli. A breve siamo di nuovo arsi dal sole di Bagan. Il ragazzino sorride strizzando un occhio. “Allora, com’era? Interessante?” domanda. “Illuminante. Ci sai dire dove sono finiti i volumi che erano qui?”. Il ragazzino salta sul sellino della bici e ci incoraggia. “Al monastero. Andiamo”.

Pedaliamo. Guidati da un bambino di otto anni, i piedi scalzi e la maglietta lisa, il sorriso grande come quello che attribuiresti a Dio, due ossicini al posto delle gambe. Che mulinano l’aria bollente come un piccolo Girardengo.

Il monastero Nat Taung Kyanung si trova nel villaggio di Taung Bi, nella vecchia Bagan. È assediato da bambini randagi che premono per venderci disegni astratti di case e fiumi color pastello. I loro occhi sono laghi di speranza. I nostri sono freddi e concentrati.

All’interno del monastero Min Min aspetta con un sigaro in una mano e il Nirvana nell’altra. Min Min è un ex monaco. Ora è il tuttofare del monastero. Si sveglia alle quattro del mattino, cucina e rassetta le stanze. Il resto della giornata lo passa fumando sigari e collezionando banconote. Ha 25 anni e non è mai uscito da Taung Bi.

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Min Min ci mostra alcuni pezzi distrutti custoditi dentro un’armadietto di legno. “Non sono in vendita” dice. Un monaco dorme sul pavimento, circondato da chiodi arrugginiti. “Niente è in vendita qui”.

Min Min ci mostra tre esemplari storici diversi:

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  • un leporello verticale di carta di stracci (parbaiks) scritto in corsivo con matita bianca;
  • una tavola rettangolare composta da una foglia di palma ricoperta d’oro, decorata in rosso e calligrafata, con uno stile squadrato, in lacca di tamarindo nera;
  • le più comuni e antiche foglie di palma incise.

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La forma tonda dello stile birmano deriva proprio dalla necessità di scrivere sulle foglie di palma, con una punta che, usata in modo diverso, perforerebbe la foglia.

Prima che la carta fosse introdotta dagli inglesi nel 18° secolo, i libri erano scrupolosamente scritti e copiati sull’avorio o su fogli laccati, o più comunemente sulle foglie di palma. In un primo momento le foglie venivano appiattite e stirate, dopodiché erano tagliate nella forma richiesta. Una volta scritte, venivano trattate con dell’olio grezzo in modo da preservarle e risaltarne le lettere. Venivano dunque impilate e rilegate con legno o avorio, protette sui lati con foglie d’oro e avvolte in stracci di lino. I volumi numerati erano immagazzinati all’interno di “sar daik” (casse in legno riccamente decorate) e custoditi nelle stanze di monasteri, palazzi o librerie.

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Min Min ci saluta dalla soglia del monastero, agitando la mano con il sigaro stretto fra le labbra. Sembra un condottiero, un cavaliere sacrificato per difendere la cultura immortale del suo popolo. I bambini sono ancora qui. Ci fissano con occhi lucidi. Piccoli laghi scuri imploranti. “Da questa parte, presto” dice la nostra guida. Mentre il cavaliere sovrasta il popolo bambino. Gli invasori sono arrivati. Anche questa volta senza lasciare nulla. Senza donare niente. Come tutti gli invasori, sono venuti per prendere, non per regalare. E come tutti gli invasori se ne andranno. Con una lunga scia di lacrime dietro di loro. Lacrime e speranze infrante.