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Testo: A. Ventola | Fotografie: E. Turienzo | Editore: Rivista di Lugano | Data: 17 maggio 2013 | PDF

Vietnam, Laos e Cina sono le nuove tappe del nostro viaggio alla scoperta di calligrafi e stampatori. Tra paesaggi mozzafiato e spostamenti notturni, scopriamo alcuni dei veli che nascondono il fascino d’Oriente.

Vietnam

 

Sapa.
Ancora Vietnam.
Otto dollari per una topaia. La latrina puzza di cavolo marcio, la pioggia è incessante.
Posto di montagna, Sapa. Con gli spiedi che arrostiscono cinghiali e salmoni, risaie e piantagioni da tè, bambini sporchi di terra, pastori tedeschi e maiali selvatici. Le donne dell’etnia Hmong, con le sciarpe multicolore, i neonati nella sacca, bastone e orecchini da gitana, le gonne lunghe che nascondono tesori di rame e acciaio, bracciali e collane e piccoli flauti intrecciati – vagano di villaggio in villaggio, bande di giovani donne sorridenti e malinconiche, erranti e silenziose. Sono giorni nervosi, litri di caffè e whisky per scaldarsi, per concentrarsi sulle mappe e pianificare gli spostamenti.

Vietnam SapaIl tempo di farsi il segno della croce, e poi guardar giù dal finestrino.
E quello che vedi è il bel sasso della montagna, lucido come il sorriso di Monna Morte, e uno spicchio di strada, buono appena per una ruota. Il vuoto, nudo, affilato, si staglia impeccabile contro il finestrino. Ai vietnamiti gliene importa poco. Non sono interessati a cose futili come la vita.
Si viaggia sempre di notte, sempre sull’orlo, sulle ciglia del Gigante, a scorrere rapidi nelle tenebre, a pisciare nei boschi, a mangiare riso fritto e pane bagnato, ad ascoltare la sinfonia del fiume, del flusso che scorre e affonda tutto ciò che é vecchio, tutto ciò che é statico.

Vietnam
Ci si trascina come se ci dovessimo nascondere, lenti e pesanti, affondiamo nel cuore del Vietnam, e oltre i centri abitati non c’è niente, solo foreste e boschi e fiumi, neanche le strade ci sono, solo terra, qualche solco, due rotaie buttate lì quando va bene.
E l’Indocina straziata è sempre in piedi, vittoriosa e gaudente, con il fumo del napalm che scambi per nebbia, l’agente Arancio che scambi per malformazione genetica, il sorriso ingenuo di queste persone semplici, che scambi per innocui uomini di pace, e invece sono la più grande dinastia guerriera che il genere umano abbia mai conosciuto.

Laos Laos

In Laos entriamo da Nord Ovest, altre quattro ore di viaggio prima di essere scaricati a Muang Khua, paesello sul fiume dove non c’è nulla.
Bufali d’acqua, risaie, giungla.
Ci spostiamo a Muang Neua.
Il villaggio più vicino è Ba Nan, sta a un’ora di cammino.
Troviamo una stanza a un dollaro e venti centesimi.
Il villaggio è abitato da trentacinque famiglie, duecento persone in tutto.
Sivonne è l’anziano. Restiamo ore a guardarlo intrecciare ceste di bambù. La vita al villaggio scorre lenta. Maiali, papere, galline, cani, bambini che giocano e donne che tessono, uomini che fumano e bevono Pastis francese, magri e nervosi, salutano a fatica, dentro hanno lo spirito selvaggio che sputa benzina sulla candela della diffidenza.
Gli americani bombardarono il villaggio di Ba Nan durante il mandato di Nixon e Sivonne vuole mostrarci le cave dove si nascosero per due anni.
Sivonne ci mette in mano due torce malfunzionanti, a gesti ci fa capire di seguirlo.
Poco distante dal villaggio ci sono le cave. Chiuse. Per entrare dobbiamo abbassarci. Sivonne ha due dita mancanti, rimaste sotto un masso. Gliele hanno amputate con un machete. Nella cava camminiamo compatti, attraverso i cunicoli, corridoi bui e levigati, fino al cuore della grotta.
Sivonne indica svariati punti dell’ampio salone roccioso.
Ha dormito un po’ dappertutto, in quei due anni. In bilico su due sassi, sulla roccia fredda, nel terriccio umido. Di notte, quando cessavano i bombardamenti, uscivano a cercare cibo. La loro vista si è ridotta al minimo, costretta ad abituarsi all’oscurità.
A casa sua ci risediamo sugli sgabelli in legno, affondiamo i piedi nella sabbia, beviamo whisky dai bicchieri sporchi.
Ci laviamo prima che cali il sole. Le creature notturne, ragni e mantidi religiose, scarafaggi e grilli, mosquitos e falene, danzano nel silenzio ovattato della campagna.
Restiamo sei giorni al villaggio.

Laos Laos
Quando arriviamo a Luang Prabang abbiamo gli occhi imbevuti di bellezza tropicale, foreste e pascoli dipinti nel firmamento di una vegetazione purissima.
Fa male pensare che i cinesi stanno arrivando a prendersi tutto. È prevista una linea ferroviaria Pechino-Luang Prabang, un treno ad alta velocità che vedrà la luce nel 2018.
A sentire gli altri viaggiatori il Laos avrà vita breve. Ettari e ettari di verde spazzati via. Il pianeta respira sempre più a fatica. E il sole brucia senza pietà.

Laos

Cina, finalmente.
Dali, dopo ventiquattro ore di bus. Dali è attraente. Beviamo assenzio in uno dei pub hippie che costeggiano la via ciottolata. Cinesi dai capelli lunghi, vestiti fantasia, suonano bonghi e violini, cantano nell’oscurità di vecchie oppierie, trangugiano intrugli magici e vomitano poesia dalle finestre delle case in legno.
Shangri La è la seconda tappa cinese. Anzi, tibetana. Città leggendaria, resa celebre dallo scrittore britannico James Hilton.
Shangri La è come te l’aspetti. Gelida e incantata.
Conosciamo Riki, il ragazzo cileno proprietario del bar Tantra. Riki era professore di economia all’università di Santiago. Ora dà una mano alle minoranze etniche. Ci fa da cicerone nella Città Mistica. Beviamo il pisco, liquore cileno, per riscaldarci le viscere. Shangri La è perfetta. Non troppi turisti. Cani da slitta, danze locali, facce bruciate dal sole, occhi curiosi e cuori duri, i tibetani sono forgiati dallo spirito del martirio, bevitori incalliti, girano col coltello nella tasca del giaccone, anime pure come scogliere di cristallo, divertite dal destino e dalla ruota del karma, come se non ci fosse un domani e tutto quello che conta è vivere e saldare i debiti.
Intervistiamo Kelsang, pittore che ha dedicato l’intera esistenza ai Thangka, miniature buddiste dalla bellezza fiammante, che ti viene da piangere a contemplarne il dettaglio, e Kelsang ha un occhio devastato dalle miniature e un ginocchio a pezzi per la postura. L’arte ti immola. E prima di farlo, ti toglie tutto. Ti spacca le ossa, ti piega le braccia, ti sfregia e ti rende zoppo. È il prezzo da pagare per l’immortalità.
Tutto sommato, non è un conto così salato.
Da Shangri-La a Shaxi, piccola città dimenticata da Dio, dalle mappe e dalla Lonely Bible. Rimasta vuota, senza giocattoli per i turisti. Il legno è il re di Shaxi. Tutto è in legno. Ricorda quelle città fantasma del Far West, coi saloon deserti, le porte sbattute dal vento, cani che inseguono fazzoletti di carta nella polvere.
Kunming, poi Guangzhou, città grigia covo di business men tatuati fino al collo e palazzi tentacolari. Il paesaggio cambia bruscamente, da mondi circoscritti nel verde di piantagioni immense a scenari apocalittici figli di un futuro insaziabile.
La Cina è un Paese di contadini che cresce e si sviluppa come nessun altro. Di fronte alla crisi ha sfruttato la domanda interna, soppiantando l’inaridito mercato delle esportazioni, sostituendo con il capitale di Stato gli investimenti esteri. Il Paese si muove agile fra le macerie dei fallimenti bancari, controllando la situazione interna in ogni modo possibile.
La libertà è un confine sottile tra ciò che i cittadini intendono fare e ciò che il governo permette di fare. Ogni settore è gestito, l’Occhio scruta e decide. Le vite si muovono su binari invisibili, che molti ritengono essere il destino.
Ma in Cina il destino ha un nome e un volto.
E parlarne non è cosa gradita.

Cina Shangri La

Andrea Ventola