Testo: A. Ventola | Fotografie: E. Turienzo | Editore: Syndicom | Data: 29 giugno 2012 | PDF
La nostra prossima meta è il villaggio di Echizen, a pochi chilometri dalla città di Kanazawa, in Giappone. Qui incontriamo alcuni artigiani specializzati nella creazione della carta. La dedizione e l’impegno col quale si cimentano nel produrre i fogli sono totali, una testimonianza del profondo rispetto che gli artigiani giapponesi nutrono verso le proprie opere. Ancora una volta siamo estasiati dalla cura certosina profusa nell’attività amanuense e, come se questo non bastasse a riempirci gli occhi di meraviglia, al piano superiore dell’atelier ci attende un’altra sorpresa.
Il viaggio prosegue. Lento. L’ordine zen dei giapponesi si trasforma in qualcos’altro. La discesa verso sud sembra mostrarci un lato diverso, forse meno perfetto e maniacale dei primi giorni. I ragazzi non sono stravaganti e narcisisti come a Tokyo, i grattacieli si riducono a normali case di legno incastonate fra ruscelli artificiali e bonsai, le stazioni sono meno trafficate, il silenzio delle strade è irreale. Maciniamo chilometri e stanze d’albergo, cartilagine di maiale per cena, programmi tv demenziali che servono a riempire quegli spazi grigi durante i quali non provi niente, non senti niente, cammini e basta. L’impressione è quella di avere il cuore cosparso da un unguento invisibile, che ti fa sopportare tutto semplicemente perché è così che vanno le cose. La fede buddhista, il fatalismo totale che si respira camminando per strada, sono parte integrante di un unico concetto: la vacuità. Il vuoto assoluto. Della vita, il cui unico scopo è liberarsi dagli attaccamenti materiali per ricongiungersi all’Assoluto, perfettamente rappresentato dall’estrema dedizione con la quale gli artigiani si cimentano nella creazione dei loro prodotti. Come a Echizen, un piccolo villaggio vicino a Kanazawa, famoso per la produzione della carta.
A Echizen non è difficile trovare l’Udatu-no-Kogekan, la cartiera aperta al pubblico. Qui ci sono tre persone che lavorano a pieno ritmo all’interno di un’enorme casa giapponese, finestre di carta e tatami, cuscini, qualche coperta, una stufa elettrica. Il minimo essenziale. Vacuità è la parola d’ordine.
Uno dei tre ci spiega il procedimento di creazione della carta.
A dicembre le piante di Kozo (gelso della carta) vengono tagliate e la parte interna della corteccia è immersa in acqua (una notte). Successivamente viene tagliata e bollita in soda caustica (3 ore e una notte a riposo), infine lavata in acqua corrente e fatta sbiancare al sole per 3 giorni. Il materiale grezzo viene strizzato e steso su una superficie per ripulirlo dai residui. In seguito viene battuto per qualche ora in modo da renderlo poltiglia, senza tuttavia distruggerne le fibre.
A questo punto si mischia la pasta con dell’acqua in una vasca di legno e si aggiunge il Neri (estratto di radice di ibisco del tramonto), i cui scopi sono quello di rendere l’acqua viscosa per non affondare la pasta sul fondo ed evitare di appiccicare i fogli in fase di essiccazione.
Solo al termine nascono i fogli: il telaio di legno, sul quale è sovrapposto una lastra flessibile di bambù, è immerso nella vasca e, con un’abile tecnica di oscillazione, l’artigiano pesca la poltiglia e la spande su tutto il telaio. Appena l’acqua cola può togliere la stuoia e impilarlo, dalla parte poltigliosa, suglialtr i fogli. A fine giornata la pila di carta viene pressata per tutta la notte, in modo da eliminare l’acqua in eccesso. L’indomani i fogli vengono separati e fatti asciugare sui pannelli di legno per un’ora e mezza circa.
L’artigiano dice che la carta Washi, in particolare quella prodotta a Echizen, è la migliore per le xilografie.
Terminata la spiegazione ci invita a vedere il piano superiore, dove si trova qualcos’altro che vale la pena vedere.
Saliamo ed entriamo in una stanza. Un televisore proietta una storia animata in cui tutto è fatto tramite origami (l’arte giapponese di piegare la carta ricavandone modellini), dai personaggi all’ambientazione.
L’origami, ci spiega l’artigiano, non è una semplice figura di carta. La sua importanza risiede nei concetti espressi, in particolare l’accettazione della morte. La carta è manifestazione del ciclo vitale, al termine del quale la forma rinasce, come da tradizione shintoista. La carta e l’origami rappresentano il tempio shintoista che viene ricostruito ogni vent’anni in modo sempre uguale, a testimonianza della ricreazione al termine di un ciclo.
Sul tavolo in mezzo alla sala si trovano delle gru di carta, gli uccelli protagonisti del film. La gru è uno degli origami giapponesi più diffusi. La sua figura simboleggia l’immortalità e la leggenda vuole che chiunque riesca a piegare mille gru vedrà i propri desideri esauditi.
Sadako Sasaki, una bambina esposta alle radiazioni della bomba atomica di Hiroshima, provò a creare il suo esercito di gru di carta, sperando di guarire e salvare il mondo dalla sofferenza.
Mori dopo averne completati 644, all’età di dodici anni.
Stiamo per uscire dalla stanza, quando vediamo sul tavolo, accanto agli origami, la foto di una bambina. L’artigiano sorride, e mentre i nuvoloni carichi di pioggia si accalcano fuori dalla finestra, ci chiediamo se da qualche parte una di quelle gru non sia riuscita finalmente a volare.






