Testo: A. Ventola | Fotografie: E. Turienzo | Editore: Syndicom | Data: 30 maggio 2014 | PDF
Il viaggio alla scoperta di calligrafi e stampatori continua. A Saigon, nel cuore del Vietnam del sud, intervistiamo una giovane donna che lavora presso una galleria d’arte di propaganda. Grazie a lei scopriamo che durante i giorni del conflitto anche l’arte aveva un ruolo ben preciso e per niente sottovalutato.
Saigon.
O se preferite chiamarla col nome odierno, Ho Chi Minh City. Eccola, in tutto il suo splendore. I grattacieli sgargianti, basi operative di banche e centri commerciali, imperano sulla folla mite. La Cattedrale di Notre Dame e il palazzo del municipio sfoggiano un fascino tutto europeo, mentre il Mekong scorre sinistro e apparentemente immoto. Decine di donne cucinano panini all’uovo e carne di maiale agli angoli delle strade, migliaia di scooter sfrecciano nella luce del crepuscolo, protetti da una cupola cristallina che riempie il cielo.
Bella, Saigon. Bella e tormentata. Il principio e la fine della lotta. Non sembrerebbe, a passeggiarci dentro, che la città fosse teatro di scontri sanguinari tra l’esercito americano e i Viet Cong guidati da Ho Chi Minh.
In una delle migliaia di strade, operose alla stregua di alveari metropolitani, una piccola galleria d’arte Lotus apre lentamente i battenti.

Sulle pareti della galleria innumerevoli manifesti inneggianti alla liberazione del Vietnam, ritratti di Ho Chi Minh e di contadini guerriglieri. Una ragazza ci accoglie sorridente, ma quando le riferiamo di essere giornalisti la cortesia cede il posto all’inquietudine. “Solo una foto” ci ammonisce. “Il mio capo non vuole. Per il copyright, capite?”.
La galleria venne aperta tre anni fa, con lo scopo di divulgare manifesti realizzati durante la guerra.
Trang, una delle due ragazze che dirige la galleria, ci spiega come nascevano le xilografie di propaganda.
“Le opere presenti in questa collezione coprono tutto il periodo che va dalla guerra contro le forze di occupazione francesi, iniziata nel ’46, fino ai giorni nostri. Allo scoppiare della guerra, la scuola di Belle Arti d’Indocina chiuse i battenti e tutti i professori e gli studenti seguirono Ho Chi Minh nelle Zone di Resistenza nella giungla. Qui iniziarono a produrre giornali, volantini illustrati e manifesti”.
“Come venivano realizzati?”.
“Nella giungla i manifesti erano ottenuti da blocchi di legno intagliati, una tecnica vietnamita vecchia di secoli. I soggetti venivano dipinti da pittori professionisti e lasciati alle mani degli apprendisti per il trasferimento su legno, poi li appendevano sui muri eretti per lo scopo, o sulle pareti delle case”.
Alcune opere presentano Ho Chi Minh nei diversi aspetti della guerra, altri sono semplici slogan anti-colonialisti.
La guerra si concluse con la pesantissima sconfitta dell’esercito francese a Dien Bien Phou, resa nota dalle opere degli artisti ribelli.

“Con il ritorno della pace”, prosegue Trang, “La Scuola di Belle Arti di Hanoi riaprì e gli studenti vennero regolarmente spediti in Unione Sovietica per programmi di scambio. Gli artisti erano incoraggiati a vivere e socializzare con i lavoratori delle fabbriche e con i contadini. Durante questo breve periodo di pace, tra il 1954 e il 1964, i manifesti promuovevano le campagne del governo, quali la ricostruzione del Paese, l’espansione della produzione agricola, la celebrazione degli anniversari del Partito e dello “zio Ho”, la solidarietà tra lavoratori, contadini e soldati al fine di riunificare il Paese sotto un’egida di pace e uguaglianza”.
I dieci anni di pace finirono con i bombardamenti americani del 1964.
Gli artisti vennero mandati nelle aree colpite per testimoniare l’orrore degli attacchi americani e diffondere il messaggio.

“Gli artisti vennero questa volta mandati a sud per supportare gli sforzi dei ribelli, esattamente come accadde contro i francesi. Ancora una volta, nella giungla, gli artisti ripresero a lavorare il legno”.
Trang ci mostra una delle immagini più comuni: si tratta di una donna armata, appartenente a quello che venne chiamato “L’esercito dei lunghi capelli”. La donna indossa una sciarpa sulla testa, con l’effige del Fronte di Liberazione Nazionale: una bandiera rosso-blu con una stella gialla nel mezzo.
“Il manifesto”, continua Trang, ” Vuole catturare il contrasto tra la donna, simbolo di bellezza e di pace, e le armi, simbolo di distruzione, portando alla memoria il vecchio detto vietnamita che dice: quando il nemico si presenta alla tua porta, anche le donne devono combattere”.
Il collasso dell’amministrazione di Saigon, il 30 aprile del 1975, pone fine alla guerra e i poster distribuiti in tutto il Paese immortalano la gloriosa e sofferta vittoria dei vietnamiti e la riunificazione del Paese.
“Il Vietnam cambiò rapidamente durante il periodo di Doi Moi, una forma di perestroika domestica”, conclude Trang. “Oltre ai soliti temi commemorativi, gli artisti si focalizzarono su temi di pace e di sviluppo, salvaguardia del Paese contro minacce straniere, protezione dell’ambiente, campagne anti-fumo, anti-droga, anti-HIV e la lotta repressiva contro qualunque forma di vizio sociale”.
Quando usciamo dalla galleria la città è un cuore di luci sfavillanti, insegne al neon e alberi addobbati come candele artificiali. Il Capodanno Cinese celebra l’anno del Serpente e oltre i locali pieni e le fontane luminose, sopra il tetto di un edifico diroccato, un gruppo di ragazzi brinda al proprio futuro.

