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Testo: A. Ventola | Illustrazioni: E. Turienzo | Editore: Rivista di Lugano | Data: 24 gennaio 2014 | PDF

MilleUnaFiaba-1

Devin lo scoiattolo stava ritto in piedi davanti alla grossa quercia millenaria, un po’ incerto sul da farsi.
Batteva i denti per il freddo, la pelliccia non lo riparava dall’inverno gelido che da qualche tempo si era abbattuto sull’altipiano. Devin teneva le zampe strette l’una all’altra, e saltellava sul posto lasciando uscire dalle narici piccole nubi di fiato congelato.

“È tardi”, si disse. “Avranno già iniziato senza di me”.
Stette un minuto o due, a zampettare sotto l’enorme quercia imbrillantinata di neve, illuminato dai tiepidi raggi lunari, prima di convincersi ad entrare.
Quando finalmente si decise a bussare, prima ancora che la zampa di Devin incontrasse il legno massiccio dell’albero, la porta si aprì di scatto, facendo crollare la montagnetta di neve depositata su un ramo sopra la testa del giovane scoiattolo.
“Oh, perbacco!” esclamò Francis la talpa, immobile sull’uscio, con una coperta a quadretti poggiata sulle spalle curve, i baffi lunghi e morbidi, gli occhi a fessura che faticavano a mettere a fuoco tutto ciò che non fosse a meno di un metro di distanza.
“Ma cosa vedono le mie pupille affaticate! Un pupazzo di neve vivente! Da dove vieni mio bianco amico? Ti farei entrare volentieri, ma temo che il fuoco del camino ti scioglierebbe. Posso portarti qualcosa da mangiare o da bere? Qualcosa di fresco, intendo?”.

Francis stava fissando Devin, il quale dallo shock non era nemmeno in grado di aprire la bocca.
“Dunque?”, domandò Francis. “I pupazzi di neve non parlano, forse? Credevo di sì. Bene, allora ti porterò un taccuino così potrai scrivere. Abbiamo degli ottimi taccuini qui, sai con tutte le conifere e gli abeti e…”.
Devin prese coraggio e si scrollò di dosso la neve.
“Francis, sono io, Devin! Lo scoiattolo! Non sono un pupazzo di neve e so parlare!”, balzò davanti al muso della talpa e quella quasi non cadde dallo spavento quando vide che dalla montagnetta bianca sbucavano peli e coda e denti affilati.
“Oh! Devin! Ma ti pare questo il modo? Fare uno scherzo del genere a una vecchia talpa! Ma che ti salta in mente, si può sapere?” domandò Francis, questa volta fissando l’appendiabiti che stava nell’angolo interno della saletta illuminata dalle fiaccole.
“Ma quale scherzo!” sbuffò Devin. “Quando hai aperto la porta mi hai fatto cadere in testa mezzo tetto!”.
“Oh!”, ripeté Francis, scuotendo la testa rivolto verso un pezzo di legno che ardeva nel camino. “Mi dispiace. Vedo, vedo che sei tutto rosso per il freddo. Ti preparo subito una tisana di tiglio con un goccio di acquavite, vedrai che starai subito meglio!”.
Devin alzò gli occhi al soffitto, sconsolato.

“Sono ancora in tempo per la storia?”, domandò allungando le zampine verso il fuoco.
“La storia, la storia…”, Francis si stava massaggiando le tempie rugose. Da diversi anni la memoria aveva iniziato a fare cilecca. Colpa dell’età, certo, ma anche di tutta quell’erbapipa che fumava per restare sveglio notti intere a catalogare libri antichi nel seminterrato.

Francis era il bibliotecario da trent’anni, e prima di lui suo padre e prima ancora suo nonno e il suo bisnonno.
Nessuno sapeva con esattezza da quanto tempo le talpe si occupassero dell’archivio del bosco. C’era chi sosteneva lo facessero da secoli, generazioni infinite di roditori miopi il cui scopo era tramandare alle nuove generazioni una conoscenza altrimenti perduta, che avrebbe cambiato il mondo e salvato il regno animale dall’ignoranza e dalla violenza degli uomini.

“La storia di nonna Eleanor! Come puoi dimenticartene! Oggi é giovedì!”, sbottò Devin, ora definitivamente atterrito per come era cominciata la serata. Aveva dovuto attraversare sei chilometri di bosco, camminando per buona parte del tragitto, senza poter saltellare da un ramo all’altro in quanto il gelo aveva reso scivolosi i rami e la corteccia degli alberi, era quasi congelato e ora c’era il rischio che gli venisse negata anche la storia di nonna Eleanor. Dopo una giornata di duro letargo, era effettivamente troppo.
“La storia, la storia…. Ma certo, la storia!”. Francis si battè la zampa sulla fronte, ­mentre la tramontana faceva sbattere le persiane, spegnendo la torcia appesa all’entrata.
“Andiamo!”, disse sbrigativo. “Forse sei ancora in tempo!”.
Gli occhi di Devin, intirizziti dal gelo, si illuminarono. Francis mulinò la zampa, ripetendo “Andiamo, andiamo” e i due roditori si incamminarono, la talpa davanti e lo scoiattolo dietro, per il lungo corridoio in pietra, diretti alla Stanza del Racconto.

La Stanza del Racconto era il posto dove nonna Eleanor, la testuggine millenaria che controllava l’archivio, raccoglieva, con l’aiuto di Francis, le storie più interessanti da raccontare, e il giovedì sera radunava i giovani animali del bosco per riscaldare loro il cuore con avventure senza tempo.

Il modo che aveva di raccontare nonna Eleanor era unico. La lentezza e la pesantezza di ogni suo gesto donavano al racconto un valore autentico, quasi come se la storia fosse stata vissuta da Eleanor in prima persona. La testuggine era in grado di riprodurre fedelmente la pagina di un libro, parola per parola, e di tracciare nell’aria mappe di tesori nascosti o lettere d’amore, ricreare una battaglia sanguinaria, o far ridere i presenti con una battuta, un balletto comico, la partecipazione improvvisata di qualcuno del pubblico.

Eleanor era un’attrice e le sue doti le permettevano di dipingere un quadro immaginario, dentro il quale si muovevano i personaggi dei suoi racconti, lasciando tracce indelebili nel cuore di chi l’ascoltava.
Poteva sembrare esagerato, ma chi usciva dalla Stanza del Racconto non era lo stesso che vi era entrato.
Era l’unico modo, secondo Eleanor, per invogliare le nuove generazioni a leggere e a non dimenticare.
Il mondo stava conoscendo un’era benevola, l’uscita da un tunnel di catastrofi, e una nuova alba sarebbe sorta a breve.
“La Terra ha bisogno di eroi”, confidò una sera Eleanor a Francis, dopo la sesta tisana corretta con l’acquavite. Francis non l’aveva mai vista così. Il suo aspetto esteriore, vecchio e sofferente, era un involucro magnifico per ciò che vi era all’interno. L’anima di Eleanor proveniva da un luogo antichissimo, dove le forze dell’Amore e dello Spirito avevano il dominio su tutto ciò che esisteva.

Così, quando Devin fece il suo ingresso nella Stanza del Racconto, con Francis che lo incitava ad entrare, e i suoi occhi incrociarono quelli di Eleanor, seduta su un’enorme sedia di legno al centro della stanza, comprese immediatamente, senza bisogno di parole, come i chilometri e il freddo fossero un pegno necessario per sedersi e ascoltare.
Senza sacrificio non si sarebbe ottenuto niente. Anche il più piccolo sforzo veniva premiato, in un modo o nell’altro. E attraversare un bosco di latifoglie in pieno inverno non era poi così eccessivo, considerato il premio.

Devin si sedette accanto a Robert la rana e Juliette la tassa, che gli sorrisero entrambi.

“Non ha ancora cominciato”, gli sussurrò Juliette in un orecchio.
“No? Come mai? Sono le nove passate, ormai” rispose stupito Devin.
“Sapeva che saresti arrivato. E non intendeva cominciare senza di te”.
Devin sollevò lo sguardo e vide Eleanor annuire decisa verso di lui, mentre Francis faceva il giro con il vassoio pieno di tisane.
“Possiamo cominciare”, disse Eleanor, mentre la bufera si sfogava all’esterno della grossa quercia, spingendo al largo la civiltà, con i suoi trucchi e le sue bugie, isolando l’universo e gli uomini, diventando una specie di zattera immobile nel vento ghiacciato, diretta verso un luogo senza tempo e senza nome.

Andrea Ventola

 

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