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Testo: A. Ventola | Illustrazioni: E. Turienzo | Editore: Rivista di Lugano | Data: 21 febbraio 2014 | PDF

RivistaDiLugano-21.01.2014-MilleUnaFiaba

All’interno della grossa quercia millenaria Devin lo scoiattolo, Robert la rana, Juliette la tassa e gli altri animaletti del bosco si strinsero gli uni agli altri nella Stanza del Racconto, mentre Francis la talpa distribuiva le ultime tisane bollenti per riscaldarli dal vento ghiacciato che imperversava oltre la spessa corteccia dell’albero.

Francis accese una grossa fiaccola per illuminare meglio la stazza corpulenta di nonna Eleanor, la testuggine narratrice di fiabe, e si sedette accanto a lei per ascoltare la prima storia della serata.

Nonna Eleanor aprì un enorme libro polveroso, un tomo le cui pagine ingiallite  crepitavano come fiamme ogni volta che la tartaruga le sfogliava. “La fiaba di oggi”, disse Eleanor al pubblico esitante, “si chiama Il Volo di Icaro. È una favola molto antica, che ci ricorda quanto sia importante obbedire ai nostri genitori per evitare di incappare in spiacevoli sorprese”.
Eleanor prese un sorso di tisana, guardò il pubblico infreddolito ed iniziò a raccontare.

C’era una volta, nell’antica Grecia, un inventore molto capace, il cui nome era Dedalo. Dedalo era molto amato e rispettato dal suo popolo, essendo un genio e un uomo dai saldi principi. Nel corso degli anni Dedalo aveva costruito imponenti palazzi e magnifici giardini e la sua fama come scultore, architetto, ingegnere e inventore era conosciuta anche oltre il mare in un’isola di nome Creta,  dove viveva un temibile sovrano di nome Minosse. Minosse, nonostante le immense ricchezze, era stato maledetto dagli dèi.  Suo figlio infatti era un mostro terribile, con il corpo di un essere umano e la testa di un toro. Questa creatura prendeva il nome di Minotauro ed era selvaggia e feroce, poiché la sua mente era completamente dominata dall’istinto animale, avendo la testa, e quindi il cervello, di una bestia. Minosse decise dunque di rinchiudere il Minotauro in un luogo dal quale non potesse fuggire e fu così che pensò di affidare il progetto a Dedalo. Il re spedì un messaggero a cercare il vecchio inventore, il quale accettò l’incarico e partì con il figlio Icaro alla volta di Creta. Una volta giunto sull’isola, Dedalo si mise subito al lavoro. Passarono molti mesi e finalmente l’opera fu conclusa: si trattava di un enorme labirinto, dai percorsi talmente complessi che chiunque vi entrasse non poteva più uscirne. Il re fu soddisfatto e una volta rinchiuso il feroce mostro al suo interno, Dedalo riferì a Minosse la sua intenzione di lasciare l’isola per tornare a casa. Ma il monarca, udita la richiesta dell’inventore, si guardò bene dal privarsi delle sue doti e chiamò immediatamente le guardie, facendo rinchiudere Dedalo e il figlio Icaro all’interno di una torre altissima vicino al mare.

Fuggire dalla torre era impossibile. Dedalo passò giorni e notti pensando alla fuga, valutando ogni possibile soluzione, senza successo. Finchè un giorno, osservando i gabbiani volteggiare nel cielo azzurro, disse al figlio Icaro: “Minosse può governare la terra e il mare, ma non il cielo. Fuggiremo da quella via”.

Di buona lena padre e figlio raccolsero le piume degli uccelli, le cucirono insieme con uno spago e le fissarono tra loro con la cera ricavata dalle candele sparse per la torre. In questo modo Dedalo ottenne un paio d’ali di medie dimensioni, se le applicò sulla schiena e prese a seguire le correnti d’aria che filtravano dalla finestra. Poi costruì un paio d’ali anche per suo figlio e insieme passarono intere settimane ad allenarsi nella prigione. Dedalo insegnò a suo figlio come muovere le piume, sfruttando le correnti, salendo nello spazio che li separava dal soffitto in piccoli cerchi, galleggiando a mezz’aria, imitando in tutto e per tutto i volatili che passavano accanto alla torre.

Quando Icaro fu pronto,  Dedalo gli parlò. “Oggi é il grande giorno, figlio mio. Ricorda ciò che ti ho insegnato. Non volare troppo basso, altrimenti gli schizzi delle onde ti appesantiranno le ali. E soprattutto non volare troppo in alto, altrimenti i raggi del sole scioglieranno la cera e ti faranno precipitare nell’abisso. Restami vicino e tutto andrà bene”. Così il vecchio inventore e suo figlio spiccarono il volo.

E quando furono in cielo – il padre davanti e il giovane dietro – contadini, viandanti, dame, mugnai, tutti coloro che li vedevano attraversare l’azzurro cangiante del cielo, tutti alzarono lo sguardo per ammirare ciò che ai loro occhi non potevano che essere due dèi.

All’inizio erano entrambi spaventati. Gestire i vuoti d’aria non era semplice e la minima occhiata verso il basso provocava loro le vertigini. Ma quando capirono come manovrare le ali tutto divenne facile e meraviglioso. Icaro sentì le piume gonfiarsi e mano a mano saliva sempre di più, fino a vedere il padre allontanarsi, sentendosi più vicino a Dio di quanto non fosse mai stato in tutta la sua vita. La libertà, se esisteva davvero, non poteva che essere questo: volare, volare più in alto possibile. Sopra gli uomini, sopra i problemi, sopra il dolore e la guerra e la fame. Sempre più in alto. Verso il sole.

E quando il padre urlò : “Icaro! Vieni giù! Ricordati ciò che ti ho detto! Le ali si scioglieranno! Sbrigati, maledizione!”, Icaro non poteva sentirlo. Era oltre il mondo, oltre la materia, e il calore dell’astro dorato lentamente stava squagliando le sue ali di cera. Il giovane si accorse della sciocchezza commessa e terrorizzato chiamò a gran voce il padre, sbattendo le ali a più non posso, perdendo velocità. Dedalo non potè fare nulla e vide suo figlio precipitare nell’oceano come fosse un angelo caduto, una stella. “Icaro!”, gridò il padre a squarciagola.

Fu tutto inutile. Dedalo prese a volteggiare sopra le acque, ma tutto ciò che ne emergeva erano le piume bianche, immacolate, sopra il velo bluastro dell’oceano. Quando il corpo di suo figlio emerse dalle acque, Dedalo pianse e lo caricò sulle spalle stanche e vecchie, volando rasente all’oceano, rischiando la sua stessa vita per portare il ragazzo a casa”.

Nonna Eleanor prese un lungo respiro. Vide che il pubblico era rapito e commosso. Con aria solenne aggiunse:

“E quando Dedalo giunse a casa passò il resto dei suoi anni a costruire un tempio, il più bello che si fosse mai visto, per deporre il corpo del figlio. E quando fu finito appese le ali all’entrata e non volò mai più”.

Nonna Eleanor alzò gli occhi dal libro e gettò uno sguardo ai giovani animaletti. Devin e Robert stavano zitti, mentre Juliette era visibilmente triste. La tartaruga sorrise, disse “Questa é una leggenda, non é successo davvero. Ma serve a ricordarci cosa significhi ubbidire ai nostri genitori, poiché se il nostro papà o la nostra mamma ci esortano a non fare una cosa, é per il nostro bene. E non ascoltarli, oltre che irrispettoso, può anche risultare pericoloso alle volte”.

Ci fu un brusio sommesso, nonna Eleanor appoggiò il libro polveroso sulle ginocchia e in quel momento fuori dalla porta, di colpo, si sentirono un paio di ali sbattere.

Poi la porta, di scatto, si aprì.