Testo: A. Ventola | Fotografie: E. Turienzo | Editore: Syndicom | Data: 7 novembre 2014 | PDF
Il viaggio alla scoperta di calligrafi e stampatori prosegue. In Iran, dopo aver letto le gesta di Dario in una delle meraviglie architettoniche del mondo antico, ritorniamo ad Isfahan dove incontriamo una miniatrice che ha il proprio studio all’interno del gigantesco bazar cittadino.

Quando Alessandro arrivò alle sue porte, diede un solo ordine all’esercito macedone: “Bruciatela”.
Mentre le fiamme giocavano arancioni la città, lentamente, scompariva. I persiani impiegarono quasi settant’anni ad edificare uno dei maggiori simboli di potere del mondo antico, la leggendaria città di Persepoli. prima che nel 330 a. C. l’invasione di Alessandro ponesse fine al progetto di Dario. Persepoli fu costruita per dimostrare la potenza dell’impero persiano, intimorendo con la sua magnificenza le delegazioni dei paesi tributari che la visitavano.
Oggi la maestosità di Persepoli sembra rimasta intatta. La città venne abitata per oltre due secoli e, nonostante il passare dei secoli, presenta diversi elementi in ottimo stato di conservazione: la grande scalinata, le porte, i bassorilievi dell’Apadana e le antiche scritture cuneiformi sembrano essere stati appena scolpiti.
Attraversiamo l’entrata principale poco dopo l’alba e già il sole cola a picco sulle macerie del mito.

L’edificio che prende il nome di Tachara, collocato a Sud-Ovest dell’Apadana (la maestosa residenza di Dario), è considerato un vero e proprio museo di calligrafia. Le pareti presentano iscrizioni di diverse epoche: testi cuneiformi di Dario, Serse, Artaserse III, testi di scribi sasanidi, testi cufici, scritti persiani del periodo dei re selgiuchidi e timuridi. Le iscrizioni sono tutte in persiano cuneiforme. Fu l’esploratore danese Carsten Niebuhr a porre le prime solide basi teoriche per la decifrazione di questa scrittura. Niebuhr confermò la direzione della scrittura da sinistra a destra e distinse i diversi tipi di scrittura, isolando i caratteri semplici da quelli più complessi.
Strascichiamo i piedi nella polvere, in silenzio, con la terra che suda sotto i calcagni, mentre il deserto, bianco animale paziente, seppellisce i cocci di una civiltà sepolta, muto testimone del passaggio del tempo, ed è in questo luogo dimenticato, tra le rovine di un impero, che intuiamo il coraggio dell’umanità e siamo orgogliosi di farne parte.
Ritorniamo ad Isfahan, al bazar brulicante di vita e di immagini nitide, colorate, in netto contrasto con la quiete disarmante di Persepoli, una quiete che pare un’immagine vivente della morte, scolpita nella pietra, che agita la mano in segno di minaccia, verso una folla immobile di figure inanimate.

Fatima, una studentessa di miniatura, ci accoglie nell’atelier Persian Art Galley, e il suo sorriso ci scuote di dosso gli spettri della città di Dario.
“Come è nata la miniatura in Persia e quali sono le sue caratteristiche, Fatima?”.
“Quando gli arabi invasero l’Iran (attorno al 700 d. C.) il nostro popolo si convertì progressivamente all’islam, adottandone i caratteri arabi che compongono la scrittura sacra del Corano, ma decise di mantenere intatto lo spirito nazionale attraverso la propaganda artistica. Vennero prodotti manoscritti miniati con storie iraniane e poesie, tra le quali il Ferdosi, un importante poema che riprende le origini del Paese allo scopo di preservarne la tradizione. Trattandosi di miniaturisti che vivevano in città diverse, ciascuno creò un proprio stile. Ad Isfahan ci si è focalizzati sul viso e sui dettagli degli abiti. Nello stile di Tabriz l’attenzione è invece focalizzata sui palazzi e sulle moschee, e i visi sono diversi, trattandosi di etnia mongola. Shiraz è famosa per i giardini, l’omonimo stile è caratterizzato da rappresentazioni floreali e animali. Lo stile di Arat è più orientato sulla natura, in particolare sulla sua ciclicità.”.
“Ci puoi dire qualcosa sui materiali usati?”.
“Il pennello è realizzato a mano con peli di gatto, mentre le piume di piccione servono a costruire il manico. In precedenza era usanza dipingere sull’avorio, ora si è passati al cammello. L’aspetto è simile, le ossa sono forti e durano decenni, sono resistenti a qualsiasi temperatura e la sua carne è ottima. Per i formati più grandi usiamo dei fogli ottenuti da un impasto di polvere d’ossa di cammello pressata”.
Ringraziamo Fatima e ci ributtiamo nella calca del bazar, i vestiti imbevuti di storia e gli occhi pieni di una bellezza infinita, mentre lentamente, molto lentamente, muoviamo i primi passi verso casa.