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Testo: A. Ventola | Fotografie: E. Turienzo | Editore: Rivista di Lugano | Data: 14 settembre 2012 | PDF

Dopo la Thailandia, il percorso alla scoperta delle tecniche di stampa asiatiche prosegue. Malesia e Indonesia sono le mete successive. Tra pittori profetici e traghetti spericolati, il viaggio assume contorni onirici. E il Paradiso sembra essere a portata di mano.

Malesia

Quando incontriamo il pittore non so ancora di avere il tifo. 
Quando incontriamo il pittore non sappiamo nulla del Paradiso.
Siamo solo stanchi. Stanchi e affamati. 
Appena atterrati. Kuala Lumpur-Denpasar, Denpasar-Yogyakarta. Piena notte. Contrattazione poco faticosa col tassista. È un gioco al ribasso dove nessuno ha voglia di insistere. Lui ha già incassato dai surfisti californiani. Noi abbiamo gola secca e vestiti umidi. 
Guesthouse economica. La più economica. E il tassista obbedisce. Ci scarica in una via battuta dai corridori. 
I corridori sono i cacciatori di clienti per le guesthouse. Li chiamano così per il modo che hanno di camminare. Zampettano nel buio come locuste. Maratoneti della notte.
 Quando incontriamo il pittore, il nostro corridore è sparito. Senza rendercene conto siamo nel suo atelier. L’atelier di Adhi, il pittore indonesiano che conosce 4 lingue e sa colpire i nostri punti deboli.
Sa come affascinare. Sa come piacere. 
Conosce il trucco e lo usa alla perfezione.
 Appare con una bottiglia di vino sottobraccio e sigarette farcite.
 Nella galleria d’arte al secondo piano di un palazzo fatiscente, con la luce che illumina di tre quarti le tele psichedeliche, Adhi spiega e versa da bere. Versa vino liquoroso e Arte.
Accende sigarette e Visioni.
Sorseggia tè rosso e Fede.
 Le parole si mescolano ai vapori del vino. Al fumo stagnante. Alla musica dei Soundgarden che campeggia fra i quadri onirici. L’insensatezza è alla nostra portata. Il coniglio bianco è tornato a guidarci. Un breve cenno di zampa.
Poi le orecchie lunghe spariscono nel cilindro.
 E noi veniamo a sapere del Paradiso. È Adhi a parlarcene. Con il baffo gocciolante e la voce tagliata dai colpi di tosse.
 Gili Trawangan. 
Il paradiso si chiama Gili Trawangan.
 Il pittore dipinge con le mani. E traccia immagini nell’aria. Le idee frullano all’unisono e noi annuiamo. 
Andremo a Gili.

Indonesia-Borobodur

Quando apro gli occhi, il pittore non ha più i baffi e il berretto sporco di colore. La notte non è più la stessa e il posto non ha l’aria di essere un atelier. Non ci sono quadri alle pareti. Ci sono lauree. Diplomi.
 Quando apro gli occhi il pittore ha un’altra faccia. Ha il camice bianco e una cartella clinica in mano. Dice “Salmonella”. Dice: “Lei ha il tifo”.
 E le parole diventano avvertimenti. Diventano leggi da seguire se non voglio incappare in qualcosa di brutto.
 Niente alcool. 
Niente fumo.
 Niente fritto.
 Niente piccante. 
Vita monacale. Ricostruire la flora intestinale.

 Le giornate si rincorrono. Si azzuffano. Confuse e rocambolesche. Ci troviamo ai templi di Borobudur e Prambanan, tra sbalzi di febbre e sole a picco, effigi del Buddha che vorticano a caccia del Nirvana sulle facciate dei templi diroccati, guide improvvisate e tassisti sonnolenti che aspettano all’ombra di un albero.
 Sto male ma tengo botta. Faccia segnata, occhiaie che sembrano cicatrici. L’abbronzatura scompare e riappare a intermittenza, come un segnale radio lanciato da un battello in fiamme.
 Il tifo mi ha colto quando ero debole. In Myanmar. Pollo infetto inghiottito in una piazzetta male illuminata di Mandalay. Il Myanmar mi ha lasciato la sua cartolina privata. Parcheggiata nell’intestino per tutto il viaggio nella Thailandia del Sud.
Per poi esplodere in Malesia.

Indonesia-Bali Indonesia-Bali-2 Indonesia Tuk Tuk

La Malesia è una terra strana. Disorienta. Spiazza. Passiamo dalle foreste primordiali del Taman Negara, inghiottite dal vetro opaco dell’esibizione turistica, alle colline ondeggianti di piantagioni da tè abitate da serpenti corallo, fino alle metropoli dominate dai negozi superlusso, dove i riti sacri si fondono alle quotazioni borsistiche e le maghe veggenti predicono il futuro ai banchieri rampanti.
 Kuala Lumpur è la Dea Kalì delle città, i marciapiedi crollati e le Twin Towers che fiammeggiano nella notte, i quartieri islamici e quelli cinesi, contrasti e fumo negli occhi, ladyboys e semafori galleggianti, veli e grattacieli futuristici e bancarelle dell’usato e vicoli ciechi e pagliacci di McDonald che sorridono tristi lungo le vie larghe e scattanti della metropoli.
 E la città sembra una canzone dei Chemical Brothers, una fuga dalla velocità, un agglomerato di impazienza folle che inchioda di fronte alla calma tentacolare dei quartieri poveri.
 Molto diversa dall’Indonesia.

Malesia-Petronas-TowerMalesia-CameronHighlands

L’Indonesia è una gita fuori programma. E, come tutte le improvvisazioni, si rivela una scelta azzeccata. Da Yogyakarta, dopo l’incontro col pittore, voliamo a Bali, dove le spiagge sono preda dei pirati del divertimento. Mi rintano a Kuta, costretto a recuperare le forze prima di andare a Ubud, un gioiello incastonato fra le risaie. Finalmente affrontiamo il mare a bordo del traghetto diretto a Gili. I marinai chiedono aiuto agli spiriti prima di partire. Preparano corone di fiori e altari da dedicare agli dei. Non capiamo il motivo fino a quando non siamo nel mezzo del Pacifico e ogni cavallone è una scossa di adrenalina, ogni onda presa male un possibile capovolgimento, ogni pesce volante un proiettile impazzito che mira la tua faccia sconvolta. È un déjà vu. Sono due ore e mezza di silenzi e voli sulle onde. “Ogni mese ne affonda una” dice il francese dietro il nostro sedile. “Ogni mese una di queste bagnarole va a picco. E dei passeggeri non si sa più nulla. I soccorsi non sono molto rapidi da queste parti”. Mastica una di quelle caramelle alla menta che ti danno per non vomitare.
Gli australiani se ne vanno sul ponte per godersi gli schizzi di acqua salata, il vento da centoventi nodi sugli occhialoni da surfisti, e le loro risate si stagliano contro l’orizzonte piegato dalla prua.
 E sembra di non arrivare mai. 
E i pensieri si fondono e si accartocciano di fronte all’inevitabilità della fine.
 Una barca al mese.
 Le risate isteriche dei ragazzi a torso nudo.
 Il pittore lo aveva detto.
 E tutte queste cose le pensi ma non hai il coraggio di dirle perché vedi che anche gli altri stanno zitti e concentrati.
 Ognuno nel suo mondo privato.
 Ognuno nella sua bara virtuale.
 E poi vedi la terra.
 E poi vedi l’isola. 
Gili Trawangan. 
E finché non la vivi non te rendi conto. Finché non ti godi il tramonto sulla riva. Finché non ridi posseduto dai funghi magici. Fino a quando non calpesti la sabbia bianca e il cielo è una Cappella Sistina ad alta risoluzione. Fino ad allora.
 Non te ne rendi conto.
 Le preghiere del muezzin si mescolano ai Pink Floyd, al rock suonato dal vivo nei locali lungo il mare. L’isola è senza governatori. Non esiste polizia. Ci sono gli indonesiani. E i visitatori. In perfetta simbiosi. Un coacervo di culture e nazioni che si uniscono in matrimonio. Tutti vogliono la medesima cosa: tranquillità. Sull’isola non ci sono automobili. Solo carretti trainati da cavalli. I fondali ricchi di testuggini marine. L’odore dell’erba che si mescola al filetto di barramundi grigliato.
 Il pittore lo aveva detto. L’Indonesia è magica.
 E onirica.
 Basta seguire le orme del coniglio.
 In fondo è un corridore.
 E un corridore sa sempre dove portarti.

Indonesia-Gili-Trawangan

Andrea Ventola