Testo: A. Ventola | Fotografie: E. Turienzo | Editore: Rivista di Lugano | Data: 3 febbraio 2012 | PDF
«Segui il coniglio bianco». La voce di Lewis Carroll mi parla attraverso la fotografia sulla scrivania, il volto sbarbato e il cappello in mano. «Segui il coniglio bianco» continua a ripetere. La voce è suadente, il sorriso enigmatico. Mi alzo e vado a controllare lo zaino. C’è quasi tutto. Due paia di calze, due magliette, due pantaloni, due paia di boxer, due maglioni pesanti, una calzamaglia termica, una cuffia. Ci sono anche un’i-Pad e una copia del «Diario Indiano» di Ginsberg. Niente sigarette. Tra poco si parte, il superfluo va eliminato. Mi guardo intorno. In questa casa ci sono troppe cose superflue, me compreso. Sistemo lo zaino in un angolo della camera, resto per un po’ a fissarlo mentre Lou Reed canta «Men of Good Fortune» e fuori soffia il vento freddo delle Alpi. Pochi giorni e saremo a Mumbai. Pronti oppure no, poco importa. Si è sempre pronti quando si viaggia. Basta avere calzature resistenti e un taccuino dove annotare ogni cosa, anche le più insignificanti. Questo è il nostro obiettivo.
Io non ho mai viaggiato, Elena sì. Lei è già stata in Sudamerica e in Oceania. Io il posto più lontano dove sono stato, in linea d’aria, è Amsterdam. Per questo abbiamo deciso di tentare. L’Asia ci attira. Il misticismo è parte integrante della cultura asiatica, diametralmente opposta a quella occidentale, dove la realtà quotidiana è ben scissa dalla meditazione e dal rapporto con Dio. Ma questo non è l’unico motivo, ce ne sono altri mille per i quali siamo attirati dall’Asia, molti dei quali ancora non li conosciamo. Dieci ore di volo e dopo un breve scalo al Cairo saremo a Mumbai. Da lì partiamo. Quello è il nostro campo base. Abbiamo scelto Mumbai perché vogliamo bere una birra al Leopold, il bar dove passa le sue giornate il protagonista di «Shantaram», libro che abbiamo divorato e che ci ha profondamente ispirato. In India staremo due mesi. Poi Malesia, Australia, Cina, Vietnam, Laos, Cambogia, Giappone, Thailandia, Corea del Sud, Nepal. Non in questo ordine. L’ordine esatto non lo voglio conoscere, non mi interessa. Me lo chiedono sempre e mi dicono: «Ma come, scusa… Vai in Asia e non sai neanche che giro fate?». No. Lo so a grandi linee. Conosco il percorso, ma non voglio imparare a memoria il tragitto, mi piacciono le sorprese. Non lo ritengo fondamentale, tutto qui. Alcune persone devono essere sempre al corrente di tutto, conoscere ogni spostamento, anche quelli più irrilevanti. Io la vedo diversamente. Quando l’aria calda di Mumbai e l’odore di sudore e di povertà mi sbatterà in faccia tutti i pregiudizi e i luoghi comuni che ho elaborato in questi anni, mi renderò conto di essere in India.
Naturalmente un viaggio del genere va pianificato. Inizialmente avevamo pensato di farlo in Ape. Un’Ape Piaggio. Poi abbiamo trovato un furgoncino d’occasione e l’abbiamo allestito in modo da dormirci e poterci mangiare. È un piccolo gioiellino. Ci siamo fatti 2.000 km in Germania. Mai dormito così bene, soprattutto a Monaco dopo l’Oktoberfest. Una serie di eventi sfortunati ci ha indotto a lasciare perdere anche la seconda opzione. Alla fine, ci siamo detti, carichiamo quello che ci serve negli zaini e partiamo. Dormiremo in qualche albergo lungo la strada, tanto da quelle parti i prezzi sono decisamente bassi. Il problema saranno l’Australia e il Giappone, relativamente cari per il nostro budget. Non abbiamo molti soldi. Per questo da due anni abbiamo cercato degli sponsor. Non ne abbiamo trovati molti, ma qualcuno sì. Infatti non si tratta di un semplice viaggio alla scoperta dell’Oriente.
Secondo noi l’informatizzazione sta lentamente uccidendo la carta stampata. Forse è un bene, chissà. In ogni caso vogliamo recuperare l’arte della stampa, dare voce, nel nostro piccolo, alla comunità di artigiani che contribuiscono alla diffusione della conoscenza su carta. Abbiamo stabilito un itinerario che si snoda lungo la Via della Seta. La stampa è nata in Cina, per cui ci sembrava una buona idea unire entrambe le cose. Un viaggio nel viaggio. Sarà anche una bella prova di convivenza. Un anno insieme, ventiquatt’ore su ventiquattro. Neanche Sandra e Raimondo… Abbiamo deciso di partire, quasi per scherzo, dopo aver visto la conferenza di una coppia sposata da diversi anni che ha viaggiato per otto anni di fila. In bicicletta. Otto anni. Questo numero continuava a ronzarmi in testa. Si può lasciare tutto per otto anni e tornare come se niente fosse? Non credo. Le possibilità ti si aprono a ventaglio sotto gli occhi. Ogni istante è un momento irripetibile. Ti ricorderai tutto. Non è una cosa facile, comunque.
Mia madre si è messa a ridere quando le ho raccontato del progetto.
«Mi laureo e parto per un breve soggiorno linguistico all’estero». Quando le ho detto che l’India era la prima tappa mi ha guardato senza dire niente. Aveva un grosso punto di domanda disegnato in fronte. Non ci credeva. In realtà non ci credevo neanch’io. Pensavo che non ce l’avremmo mai fatta a raccogliere tutti i soldi che ci servivano, ma basta ridimensionare le proprie esigenze e una soluzione si trova. Inizialmente l’idea era di raccogliere 100mila franchi (inclusi gli acquisti pre partenza). Non l’ho mai detto a Elena, ma se avessimo raccolto una cifra simile non sarei mai partito. L’unico Taj Mahal che avrei visto sarebbe stato quello di Las Vegas, con le torri di fiches che ti coprono la visuale e fiumi di gin tonic. Ovviamente non siamo riusciti a raccoglierli. Così abbiamo più che dimezzato. Sono circa trenta franchi a testa al giorno. In posti come l’India, il Vietnam o la Thailandia ci vivi alla stragrande. Il problema saranno il Giappone e l’Australia, ma per il momento non ci pensiamo. L’importante è partire. È l’unica cosa che conta, ormai. Abbiamo speso molto in questo progetto. Elena è stata l’organizzatrice principale. È lei che ha fatto il lavoro sporco. Cercare sponsor, preoccuparsi della pianificazione, elaborare le t-shirt dell’«Asian Print Expedition», organizzare le paellate e le aste per raccogliere i fondi. Molte persone ci hanno dato una mano non indifferente. Ognuno dei nostri amici, dei nostri familiari, ha contribuito poggiando ciascuno il proprio mattone. Una squadra come non ne vedevo da tempo.
Sarò onesto, ero piuttosto scettico sulla riuscita del progetto. Credevo che semplicemente non si potesse fare. Invece si può. Si può davvero fare tutto. E adesso si parte. Nessuna paura, solo un senso di enorme sollievo. Di liberazione. Quando vedi che il tuo lavoro e quello degli altri è servito, che stai per raccoglierne i frutti, sai di essere nel giusto. Sapendo quello che c’è dietro, il supporto e l’amore che sono stati investiti nel Grande Viaggio, mi viene da sorridere. Vorrei abbracciare tutti e ringraziarli. Ma il modo migliore per farlo è partire e osservare, annotare, scrivere, fotografare. Vivere l’esperienza asiatica e dimenticare l’Occidente. Senza zavorre. Una stretta di mano, un ultimo sguardo al lago, alla città e alla sua gente. E poi via, con su il cappuccio della felpa e lo zaino imbragato stretto alla schiena, gli occhi lucidi, non si sa se per il freddo o altro. E la strada scorre dietro di te, al ritmo di «Oh Jim», e la chitarra ti ronza nelle orecchie, e pensi a tutto e a niente. Non sai bene cosa dire. Sai solo che Lewis Carroll aveva ragione. Il coniglio bianco è lì, davanti a te, e ti sta indicando la strada.
Andrea Ventola
