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Testo: A. Ventola | Fotografie: E. Turienzo | Editore: Rivista di Lugano | Data: 14 dicembre
2012 | PDF

Il viaggio a caccia di calligrafi e stampatori continua. l’Asia è ormai lontana. Da tre mesi siamo in Australia, e dopo aver percorso ottomila chilometri nell’outback, a bordo di un minivan, ci sistemiamo nella città di Perth. L’obiettivo è cercare un lavoro che ci permetta di fare le provviste per la terza parte della missione.

Perth Freemantle

Solita scappatoia il vino con la gazzosa.
E De Andrè, quel folle, sempre sul piatto. Con la cicca appesa, il profumo di casa anche se siete sbarcati in Australia, da buoni immigrati, come i padri fondatori, come i pionieri dell’era che fu.
L’outback, dopo averlo sventrato, coi suoi canguri e le carcasse di bovini purulenti, è rimasto nascosto da qualche parte nell’album dei ricordi, quelle piroette mentali che si fanno sotto la doccia, nei momenti di relax, quando non si è costretti a sfangare la giornata.
Di chilometri macinati, a migliaia. Da farne, se guardiamo la curva tenera dell’orizzonte, ancora parecchi.
Riconsegnato il van, scroccato un letto da un amico per quattro settimane. Quegli agganci che possono salvarti la missione.
Perché il viaggio le batterie te le ricarica, ma i soldi li brucia in un attimo.
È un bel falò, niente da dire.
Non lo trovi un modo migliore per spenderli, quei biglietti nascosti nella cucitura dei pantaloni. Ed era tutto pianificato, sapete. Progettato al millimetro. Il primo giorno di navigazione a Perth, appena arrivati in città dopo trenta giorni di deserto, luci spente e via a sfruttare gli ultimi colpi del minivan, chè un lavoro bisogna trovarlo.
I curriculum li stampiamo per strada. Straboccano dalla giacca, quei pezzi di carta. Via via che bussiamo alle porte di supermercati e liquor store, a negozi di giocattoli e ristoranti, le tasche si assottigliano e la pronuncia diventa più snella, meno maccheronica, più facile insomma.

Perth
Aspettiamo, digiuniamo e meditiamo, come avrebbe detto il poeta di Montagnola, ricalcandola la strada, con le scarpe che scivolano sulle nostre stesse orme, disegnandole nei due sensi, e la coscienza, che a furia di prendere e lasciar sogni, sta in balia delle correnti d’aria, tutta escoriazioni e screpolature, rovinata da far spavento.
Abbiam pregato. Che ci andasse bene. Che non ci toccasse di tornare a casa sconfitti, sentirci l’ennesima filastrocca del “Te l’avevo detto”, giustificazioni varie.
Non è dato. Stavolta, la barchetta la si porta fino in fondo. Costi quel che costi. Così al Wanneroo Market, alla periferia della città, hanno detto si. Hanno detto, al supermercato di frutta e verdura, possono servirci due braccia in più.
Al colloquio biascico un inglese strappato dai ricordi scolastici e dalle canzoni dei Blur. Il manager vuole sapere perchè lo voglio, ‘sto lavoro.
“Ho bisogno di soldi per tornare in Asia” gli rispondo.
A quello piace la risposta, così eccomi sistemato nella cella frigorifera, a combinare palette di latte, al posto dell’orizzonte una fila di Brownes da due litri, e i clienti dall’altra parte del frigo, come in un acquario, dove osservi pesci di vari colori e dimensioni e ti chiedi chi sia effettivamente intrappolato, se tu o quella lisca affumicata che fa avanti e indietro con l’occhio vitreo.

Perth pappagalli
Testa bassa e pedalare, questo mi ha insegnato il mio vecchio. Tiralo su il cappuccio, che prendi freddo, e sporcale quelle mani. Che son troppo pulite, troppo carine, da femminuccia quasi. Tagliale, sfregale, gonfiale, che nella tomba poi te le controllano, le mani. Da quelle, si capisce che vita hai avuto. Se eri uno che lo squarcio se l’è creato a strappi, o uno che l’ha avuta facile. E la prima settimana è passata tipo fata turchina, a darmi bacchettate sulle ginocchia, per farmi diventare un omino vero.
Non più un burattino che si spaccia per pennivendolo.
Un immigrato, uno che all’ufficio di collocamento l’avevano praticamente costretto a tornarsene a casa, nella sua bella baita in Svizzera, mica star qua a fargli perder tempo, a loro, ‘sti pirati, gli australiani.
E anche lei l’ha racimolato un posto.
Salumi, formaggi, panini per il pueblo.
Mica male, sapete. Mi torna a casa con certe leccornie, tipo il jamon, che qua se le sognano. Certe prelibatezze, il filetto di canguro per esempio, le arrostiamo sulla griglia del campeggio. In tenda dormiamo, che gli affitti son cari. Troppo cari. Ormai siamo sulla carretta, insieme ai naufraghi, e il rispetto che nutriamo per la nostra condizione di immigrati, è profonda e matura. Ci teniamo troppo, alla tenda, che sta in piedi grazie a un gioco di tiranti, di assiomi kepleriani, di cordine che se ne tocchi una ti crolla il palazzo, per privarcene. E il campeggio è un agglomerato di casette, un villaggio come quello dei puffi. Gli abitanti son quasi tutti pensionati, viaggiatori o divorziati. Gente che non ha voglia di cercarsi una casa o non può. E il De Andrè gli piace, a questa generazione qua. Anche se non capiscono le parole, fanno su e giù con la testa, come a dire, ne avevamo uno anche noi qui di cantastorie, ma adesso non c’è più.

Perth Freemantle
Siamo qua e remiamo. Meglio di così non poteva andare. Si spostano casse di latte, lassù, in cima alla salita, in mezzo agli altri cercatori d’oro, vietnamiti e irlandesi, tutti là a spronare il destriero della fortuna, farlo andare nella direzione giusta, crederci, farlo davvero ‘sto fuoricampo.
E prima che cali la notte, sabba di moscerini e falene, prima che le cornacchie e i pappagalli inizino coi corteggiamenti, vagabondiamo per la città. Perth, la nuova. Lucida e strigliata. Piena di matti. Gente che ci ha lasciato la materia grigia, nell’outback. Uomini che sono andati a lavorare nelle miniere e il sole gli ha cotto il cervello. Esiliati, ormai. Alla fin fine, se ci pensi, gli australiani son poi tutti britannici trapiantati in una terra amena, un posto arido e secco. Oceani e deserti, un buco dell’ozono sopra la testa, aborigeni telepatici, animali feroci e un bel rischio di cancro alla pelle, con quella carnagione pallida pallida e i capelli rossicci a cotonargli la zucca.
Il sole, a molti, gli ha arrostito il cranio.
E quindi Perth è una riproduzione in grande di un vicinato, un quartiere, sembra una di quelle città del Far West, solo che ha i negozi della Rip Curl al posto dei saloon.
Le bettole e i night, quelli non mancano mai. Si capisce.
L’Australia, almeno dove siamo noi, è così. Cara, solida, bruciata. Avvolgente. Un abbraccio robusto, questa parte qua, la costa Ovest.
Con il suo popolo, che sembra non stiano bene dove sono, che non abbiano radici, e paiono una grande tribù anche loro, parallela a quella aborigena.
Anche se gli australiani, la visione dall’alto non ce l’hanno.
È un altro tipo di ottica la loro.
Non è come quella aborigena – la visuale degli uccelli, che planano e sanno dove atterrare.
È una visuale diversa, che parte dal basso. E si spande. Senza sapere dove arriverà.
È l’occhio del pesce, capite?
Che nuota senza sapere cosa c’è dall’altra parte del frigo.
Senza sapere chi è dentro l’acquario.
Se lui, o il suo riflesso.
Perth tramonto

Andrea Ventola