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Testo: A. Ventola | Fotografie: E. Turienzo | Editore: Rivista di Lugano | Data: 17 maggio 2013 | PDF

Il nostro viaggio in Asia, alla scoperta di calligrafi e stampatori, è giunto al termine. Kirghizistan, Iran, Turchia, Grecia e Italia sono le ultime tappe prima del rientro.

La settima onda era quella giusta.
Henri aveva fatto bene i calcoli. I numeri erano parte della sua vita, ormai. Tredici anni di carcere, di cui tre in isolamento, nove tentativi di fuga, trentotto anni di vita, buona parte dei quali passati sull’isola della Guyana francese. E adesso, sei onde di sei metri l’una, e poi, a più di trecento metri dalla costa, l’onda della salvezza, l’ondata di fondo. Mano a mano che si avvicinava aumentava di volume e di altezza. Non aveva quasi schiuma sulla cresta. Faceva un rumore particolare, come un tuono che galoppa spegnendosi lontano. Quando si infrangeva sugli scogli e precipitava nel passaggio intermedio, poiché la sua massa d’acqua era più imponente delle altre, si spegneva. Girava diverse volte nella cavità e ci volevano dieci secondi prima che quei gorghi trovavano l’uscita e se ne andassero.
Portando con se tutto quello che trovavano.
Lontano dall’Isola del Diavolo, lontano dal carcere disumano ficcato in mezzo ai Tropici come un grosso punto esclamativo sulla fronte di Dio.
Quella era l’ultima soluzione. Se lo catturavano di nuovo, la nuova legge francese prevedeva la condanna a morte. La nazione era in guerra, i tedeschi stavano arrivando. Non si facevano sconti.
Henri tirò tre respiri.
Si lego alle noci di cocco.
Si sporse dalla scogliera.
E iniziò a contare.

Cina

Alla dogana greca veniamo divisi. Lei viene fatta entrare in uno stanzino, la poliziotta abbassa le tapparelle, si infila dei guanti in lattice e chiude la porta.
Io rimango con tre guardie ad assistere alla perquisizione dei bagagli. Il capo prepara un divano vicino a un termosifone, tira fuori le manette e mi guarda dritto negli occhi.
Un cane antidroga entra schizzando dalla porta principale.
“Allora…” dice il capo – il sorriso assassino gli affonda la faccia come una sabbia mobile – “Sentiamo, cosa ci facevate in Iran?”
Nel parcheggio l’autobus sembra un animale di metallo. I passeggeri, gli autisti, la hostess, guardano tutti verso il vetro antisfondamento dell’ufficio. Bentornato a casa, penso.
“È una storia lunga” dico.
“Siamo curiosi di ascoltarla”.
Respiro calmo.
“Eravamo a Kashgar, in Cina…”.

Kashgar

Kashgar.
Al confine con il Kirghizistan. I cinesi cambiano aspetto, diventano più scuri e con le sopracciglione folte, il baffo curato e il berrettino islamico sulla chioma color petrolio. Sono uiguri, etnia turcofona che da cent’anni si batte per costituire uno Stato indipendente dalla Cina. Per questo il governo cinese ha rafforzato gli incentivi per l’inserimento di gruppi cinesi d’etnia Han nella regione, in modo da annientare la minoranza uigura.
Il clima, tra Han e uiguri, è affilato. Gli sguardi sono picche avvelenate, le parole smozzicate si sbriciolano in fretta e rimangono appese nell’aria calda, resa irrespirabile dalla tensione.
Chiediamo al ragazzo della guesthouse quali sono le soluzioni per uscire da Kashgar entro martedì, giorno in cui scade il visto cinese.
Il ragazzo dice:
A) Prendere l’autobus fino a Osh. C’è un solo autobus ed è domani.
B) Prendere un taxi fino a Naryn.
Il prezzo del taxi è più alto ma c’è un uomo, dice il ragazzo, che sta cercando qualcuno con cui dividere le spese.
Si chiama Ian, è un giornalista danese, conta fino a dieci prima di parlare ed è stato ovunque in sessantasei anni di vita. Vuole incontrare la moglie a Bishkek, attraversare i vari “stan”, passare dall’Iraq e dall’Afghanistan prima di tornarsene a Nizza.
Ci accordiamo per dividere le spese e attraversare il confine.

Kyrghistan
Il giorno seguente, giunti a Naryn, contrattiamo sul prezzo del taxi per andare da Naryn a Cholpon Ata, Kirghizistan.
Un capannello di gente partecipa alla contrattazione, che si svolge nello spiazzo del bazar. Scriviamo il prezzo sul vetro posteriore di una delle Audi impolverate. Arriviamo a un accordo di trenta dollari americani.
Passiamo tre giorni a Cholpon Ata. Finiamo per sbaglio in un ristorante dove si tiene un banchetto in onore dei reduci di guerra dell’ex Unione Sovietica.
Il banchetto è un festival di ultracentenari pluridecorati, cantanti kirghise, suonatori di ukulele e brindisi epici.
A un bel momento arriva anche la milizia, con tanto di Ak-47 sotto il braccio. Si aprono le danze, rimaniamo al tavolo presidenziale insieme al proprietario a bere vodka e supervisionare il party.
Poi c’è la preghiera, l’applauso e tutti a casa.

Iran
Dal Kirghizistan, dopo aver salutato Ian, filiamo diretti in Turchia, al confine con l’Iran, e da lì entriamo nella terra di Dario. Ad Orumiyeh incontriamo Max, un iraniano che ha vissuto negli States, e che ci dimostra subito l’immensa ospitalità persiana. Da Orumiyeh a Isfahan, città incantata, adornata di moschee e bazar, talmente bella da amputarti il fiato mentre scorri lungo le sue vie calde e misteriose, e i visi delle iraniane, meravigliose, avvolte nei loro scialli di seta colorata, gli occhi neri scintillanti di passione e desiderio, mentre gli uomini, fieri e sicuri, sono pronti ad aiutare e a tendere la mano in qualsiasi circostanza. Ad Isfahan incontriamo decine di persone, una famiglia ci invita a casa per cena, dopo aver passato la giornata insieme. Quando lasciamo la città, dopo una settimana, abbiamo le lacrime agli occhi.

Iran Isfahan

Iran Persepoli
Da Isfahan a Shiraz. Tappa obbligata a Persepoli dove ammiriamo la maestosità della città incendiata da Alessandro Magno, le rovine si stagliano lungo il profilo regale dell’orizzonte rosso sangue e la polvere si solleva in piccoli mulinelli di civiltà dissolte.
Quando lasciamo l’Iran siamo estasiati, sappiamo di essere entrati a contatto con una cultura millenaria, che si trascina la propria dignità e generosità come un mantello attraverso i secoli.

Iran
Ritorniamo in Turchia, a Istanbul, dove la mescolanza delle etnie, la ricchezza e la cultura, le cisterne della Medusa e la cattedrale di Aia Sofia, mi provocano uno shock imprevisto. Perdo completamente l’assetto, non so più dove mi trovo, flagellato dalla bellezza, dal tocco purpureo di Dio, mi accascio sul sedile del tram e implodo senza dire niente.

Il poliziotto fa segno di tagliare. Dice “Va bene, potete andare. Droghe non ce ne sono, qui”. Rimettiamo a posto i bagagli, usciamo dall’ufficio e raggiungiamo gli altri passeggeri, curiosi ma eleganti nel non domandare nulla.
La Grecia, coi suoi monasteri svettanti sulle cime delle montagne, il suo mare limpido, il suo popolo povero ma orgoglioso, è una carezza amara, prima di salire sul traghetto Igoumenitsa-Brindisi, insieme a centinaia di immigrati, stipati ovunque, nervosi, stanchi, e noi come loro, sporchi e disillusi, non parliamo quasi, aspettiamo di tornare in patria, di riprendere i nostri abiti, i nostri vecchi panni, le vecchie abitudini, il nostro vecchio modo di vedere le cose.
Dopo un anno e mezzo di libertà, la verità è che non siamo pronti.
Non siamo pronti a rientrare nella nostra vecchia, piccola vita.
A rientrare nella nostra vecchia, piccola cella.

Turchia Istanbul

Henri Charrière, nel momento in cui si tuffò, lo seppe con certezza. Non sarebbe più tornato. Qualsiasi cosa gli fosse capitata, qualsiasi guaio o sfida si sarebbe trovato ad affrontare, non sarebbe più stato catturato. Era ora di darci un taglio, di tornare ad essere un uomo libero.
E quando toccò l’acqua gelida, sentì una scossa elettrica al cuore, e la farfalla che aveva tatuata sul petto parve staccarsi e, in una frazione di secondo, prendere il volo sopra il filo azzurro dell’oceano.

Lugano

Andrea Ventola