Testo: A. Ventola | Fotografie: E. Turienzo | Editore: Syndicom | Data: 31 agosto 2012 | PDF
Dopo aver viaggiato per quasi un mese in Giappone, incontrando artigiani esperti nella colorazione dei tessuti e nella produzione di carta, ci spostiamo in Corea del Sud, dove le differenze culturali si fanno immediatamente sentire.
Death or Glory dei Clash accompagna la traversata del Mar Giallo, fra bambini olandesi che piangono e coreani impazziti che si insultano da una parte all’altra del traghetto, televisori che proiettano sommosse popolari, spruzzi d’acqua salata che innaffiano gli oblò, conati tenuti a fatica dall’anziano seduto di fronte, ma tutto procede secondo i piani e, fra una preghiera e una corsa obliqua verso la toilette, riusciamo a baciare la terraferma prima di sera.
Se il Giappone era paragonabile alla Svizzera per la pulizia delle strade, l’ordine e la pace, la Corea è assimilabile all’Italia: sanguigna, vivace e rumorosa. I coreani fumano e bevono come pazzi scatenati, ascoltano musica a tutto volume e sono dei gran casinisti, allegri e simpatici come pochi. Non facciamo fatica ad ambientarci.
Una delle nostre mete è l’Haeinsa Temple, situato a un’ora di distanza dalla città di Daegu. Si tratta di un tempio millenario simbolo della fede buddista coreana. Collocato in un punto ideale della montagna, il complesso appare come una nave in mezzo all’oceano e simbolizza lo spirito del buddismo Mahayana.
La sua importanza storica lo configura come una delle tappe culturali più significative del nostro percorso.

Infatti all’interno del complesso monumentale si trova il deposito del Tripitaka Koreana: tre collezioni di scritture buddiste per un totale di 81’350 tavole di legno sapientemente incise, caratterizzate dalla totale assenza di errori o correzioni. Le tavole vennero incise fra il 1011 e il 1027. Ne risulta uno dei libri stampati più vecchi del mondo. Il particolare più sorprendente è dato dal mantenimento delle tavole all’interno dell’archivio, anch’esso nominato patrimonio UNESCO. Ogni singolo dettaglio, dall’ubicazione alla struttura delle sale, dalla dimensione delle finestre al materiale, è stato studiato per consentire una ventilazione perenne, senza umidità o sbalzi di temperatura.




La nostra ricerca prosegue fino a Naju, una cittadina famosa per la coltivazione del tchok, la pianta dalla quale viene estratto l’indaco coreano. Visitiamo il Natural Dyeing Cultural Association, un centro di ricerca dedicato allo sviluppo delle tecniche di colorazione naturali. Il museo è assediato dai bambini di una scuola elementare. In breve diventiamo la principale attrazione della giornata, con profondo dispiacere delle maestre. La caccia ad artigiani in carne e ossa è a un punto morto. Per quanto interessante, il Naju Natural Dye Culture Center non è quello che cerchiamo.
Cambiamo rotta. Trasciniamo gli zaini verso nord. Jeonju è la nostra isola della Tortuga, la grande X che indica il tesoro nascosto sulla mappa. In città si svolge l’annuale festival della carta: il distretto tradizionale, l’Hanok Village, ospita musei e bancarelle di artigianato.
La frotta di turisti e locali accorsi al festival esonda dai caffè e dalle pasticcerie, confluisce nei quartieri vecchi e si spande nelle strade di tutta la città. Lo spettacolo è entusiasmante. Al museo del ventaglio scopriamo che durante il periodo ChosOn (1392-1910) esisteva un “Dipartimento del ventaglio”, il cui scopo consisteva nel supervisionare la produzione e verificare la qualità dei ventagli. Essi erano particolarmente pregiati, essendo fatti di pregiata carta Hanji, e per questo servivano come moneta di scambio e merce idonea a pagare le tasse.
La qualità della carta Hanji raggiunse livelli elevatissimi durante il periodo ChosOn: essa si rivelò essere molto più forte e durevole del foglio ordinario, oltre a mantenere la propria forma originale anche dopo essere entrata in contatto con l’acqua. Nell’antichità l’uso dell’Hanjii si limitava alla fabbricazione di lanterne, finestre, ventagli e cesti, dal momento che la carta era molto rara e costosa. Oggi, invece, grazie al miglioramento delle tecniche di produzione e alla diminuzione dei costi, l’Hanji ha una versatilità ad ampio raggio: dai piatti alle scatole per gli oggetti da cucito, dalle semplici lampade fino ad armadietti e tavolini.
Dopo un forte periodo di crisi l’Hanji è nuovamente al centro dell’attenzione. La sua applicazione è estesa a numerosi prodotti industriali: le casse degli altoparlanti ad esempio, o gli elmetti dei militari. Grazie alla traspirabilità, ai poteri isolanti e di termoregolazione, l’Hanji serve ai vestiti antiallergici, oltre ad essere impiegata su larga scala nell’arredamento di interni, ma la sua funzione principale rimane il restauro di documenti antichi.
Il nostro viaggio in Corea del sud si conclude nel quartiere di Insa-dong a Seoul. Un intero quartiere dedicato all’arte, con numerose gallerie, negozi di calligrafia, xilografi e stampatori. Mentre vaghiamo disorientati dalla miriade di insegne e papiri esposti sulle bancarelle in legno, un minuscolo negozietto attira la nostra attenzione. Al suo interno decine di pietre e scalpelli. Un uomo viene verso di noi. Si chiama Lee Eun Kyu, ed è un incisore di sigilli. Ne eravamo sicuri: la mappa del tesoro non si sbagliava.





