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Testo: A. Ventola | Fotografie: E. Turienzo | Editore: Syndicom | Data: 31 agosto 2012 | PDF

Il viaggio alla scoperta delle tecniche di stampa procede lungo il fiume Yongsan-gang, in Corea del Sud. Il fiume, che attraversa la città di Naju, straripa ogni anno durante la stagione delle piogge. Il terreno non produce frutti, ma è ideale per la coltivazione del tchok e alla produzione dell’indaco. Secondo i coreani non vi sono sfumature o colori in grado di eguagliare l’indaco, in particolare l’indaco ottenuto dalla fermentazione del tchok: il risultato è una tonalità unica, un blu perfetto che riflette la profondità del cielo d’autunno.

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L’atelier di Jung Kwan-Chae sta in mezzo alla campagna sudcoreana. Quando l’abbiamo cercato, stamattina, non si trovava. Eravamo stanchi. Nervosi. Nessuno che parlava inglese. Il sole colava a picco sull’asfalto, l’ultimo autobus l’avevamo perso. La bottiglia d’acqua era vuota. La frustrazione totale. Poi, mentre il sudore scioglieva la speranze, la Hyundai Genesis è apparsa all’orizzonte, piena di polvere, come un’allucinazione. Abbiamo allungato i pollici, l’auto si è fermata e il sorriso raggiante di una donna è apparso nel finestrino. Siamo saliti al volo, salmodiando ringraziamenti e inchini a raffica, mentre la donna chiedeva dove dovevamo andare.

“Jung Kwan-Chae” dice Elena, prima che io possa parlare. “Jung Kwan-Che, yes yes”, sorride la donna. E mette in moto. Non ci credo. Prima di arrivare la Hyundai si ferma davanti a una panetteria. La donna entra, facendoci cenno di aspettare. Quando esce ha in mano due tramezzini e un cartone di latte. “A present for you”, dice. La giornata prende una piega inaspettata. Il tempo di ringraziarla e siamo all’atelier di Jung Kwan-Chae, non molto distante da dove l’avevamo cercato.

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Jung Kwan-Chae ci accoglie come se fossimo i figli che non vedeva da anni. Se c’è una persona che vale la pena incontrare nell’ambito del procedimento di tintura della stoffa, quello è proprio lui. Nel 2001 è designato “importante proprietà culturale intangibile (numero 115)” dall’Unesco nel campo culturale della tintoria. Ha dedicato trent’anni all’arte della tintoria con il tchok (polygonum tinctorium), dopo averla appresa da sua madre. Coltiva la pianta nel suo luogo di lavoro a Naju, a partire dal 1978. Insegna all’Università nazionale coreana del patrimonio culturale a Puyo. Ci fa scegliere un tessuto e, con una dimostrazione pratica, ci spiega il procedimento di tintura con il tchok

1) Il tchok viene seminato a primavera e il raccolto avviene ad agosto, all’alba, quando le foglie sono coperte di rugiada.
2) Le piante raccolte vengono subito messe a macerare in una grande giara d’acqua per due giorni. Per questo processo l’ideale è che la stanza sia scaldata con il tradizionale metodo coreano dell’ondol (l’aria della stanza è riscaldata dal pavimento).
3) Il tchok viene tolto dalla giara e all’acqua vengono aggiunti gusci di ostriche (precedentemente cotti e polverizzati); il tutto viene fatto bollire per bloccarne la fermentazione.
4) Il colore dell’acqua passa dal verde al giallo, successivamente al porpora, e infine al blu. La polvere dei gusci di ostriche assorbe la tinta del tchok e precipita sul fondo. A questo punto vengono aggiunte ceneri di gambi di tchok o gambi di fagioli.
5) Dopo 15 giorni la tinta è pronta per essere usata.
6) Il tessuto viene immerso nella giara finchè ha completamente assorbito il colore.
7) Quando lo si estrae, il tessuto passa dal verde-giallognolo al blu grazie all’ossidazione. Lo si strizza e gli si fa prendere aria tirandolo dai due lati per circa un minuto.
8) Si ripete il procedimento per cinque volte e poi lo si lava con acqua fredda per altre tre volte.
9) A questo punto il tessuto viene steso per l’asciugatura.
10) Per i tre giorni successivi il tessuto deve essere lavato e messo ad asciugare una volta al giorno.

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Nonostante la tintura con l’indaco esista in molte parti del mondo, ci rendiamo conto, dopo aver confrontato la tecnica indiana e quella coreana, che ogni paese possiede tecniche e procedimenti che si adattano al territorio, oltre a design fra loro completamente differenti. In questo campo Jung Kwan-Chae è un professionista come pochi. Nell’area espositiva del suo atelier rimaniamo stupiti dalla semplicità e dall’eleganza delle sue opere. Il suo pezzo forte, ci dice, è una riproduzione tridimensionale di un ciliegio dai petali indaco. Una meraviglia.
Terminato di spiegare il procedimento di colorazione, Jung Kwan-Chae ci invita a cena in un ristorante a base di specialità coreane e liquori di riso. Gli raccontiamo del nostro viaggio e degli incontri inaspettati, come quello di stamattina, che ti cambiano le giornate. Dopo esserci abbuffati terminiamo la serata in un supermercato locale, dove lui e sua moglie si preoccupano di comprarci la colazione per il giorno dopo. Arriviamo in albergo sazi e ubriachi di soddisfazione. Prima di coricarci, dalla finestra mi pare di vedere un’automobile simile alla Hyundai, con lo stesso sorriso bianco immortalato dietro il vetro. Congiungo le mani e mi inchino per una decina di secondi. Quando mi tiro su l’allucinazione è sparita.

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Indirizzi utili:

Natural Dyeing Cultural Center