Testo: A. Ventola | Fotografie: E. Turienzo | Editore: Syndicom | Data: 7 novembre 2014 | PDF
Il viaggio alla ricerca di calligrafi e stampatori continua. Nella prefettura tibetana di Shangri-La, in Cina, scopriamo le opere dei pittori Thangka, un mondo misterioso e puro, nel quale l'arte si veste di un significato profondo e vitale.
Shangri-La ha qualcosa di magico.
Forse è il potere conferitole dal libro Orizzonte Perduto, forse è la neve che si posa sui tetti delle locande, forse sono le preghiere sussurrate dal vento mentre ci riscaldiamo al fuoco del camino.
Non lo sappiamo.
Ogni passo di danza, ogni testa di yak appesa alle porte dei negozi, ogni volto scuro e dolce che incrociamo nelle viuzze della Città Vecchia contribuiscono a creare quest'aurea mistica, leggendaria, che scivola sotto la giacca e ci riscalda le ossa.
Dopo tre giorni di esplorazione scopriamo l'atelier di Kelsang Dawa.
Al suo interno centinaia di Thangka, le opere d'arte tibetane ritraenti Buddha e mandala.
La bellezza struggente dei Thangka lascia a bocca aperta: i microscopici dettagli sono miniati da professionisti che lavorano in uno stato surreale di concentrazione assoluta.
Kelsang ci accoglie nel modo più caloroso possibile, offrendoci tè di burro di yak per riscaldarci dal gelo dei tremila metri di altitudine.
"Non riusciamo a distogliere gli occhi dalle tue opere, Kelsang. Sono magnifiche".
"Vi ringrazio. Sono il frutto di un lavoro che procede da oltre sette generazioni. Mio padre era un pittore famoso. Ora si è ritirato, non vede più bene. Fissare per anni e anni particolari piccolissimi ha conseguenze disastrose sulla vista".
Kelsang ci mostra il suo occhio destro, completamente rosso e gonfio. "Settimana prossima ho l'operazione. Dopo vent'anni di lavoro, questo è il risultato".
Kelsang sdrammatizza con un sorriso, ci racconta come ha iniziato a dipingere. "Ho seguito le orme di mio padre, iniziando all'eta di otto anni. Mi ci sono voluti vent'anni per padroneggiare la tecnica e diventare Maestro. Non sono andato a scuola, la mia cultura generale si è formata col buddismo e viaggiando in Tibet".
"Come si sviluppa la tecnica?".
"Innanzitutto l'artista disegna l'immagine, poi procede alla colorazione e infine cura i dettagli. Per i primi tre-quattro anni l'apprendista si preoccupa esclusivamente di disegnare. Abbiamo dei libri raffiguranti i soggetti sacri che intendiamo dipingere e il disegno non è, secondo le regole buddiste, modificabile. Le figure sono sempre al centro del dipinto, inscritte in una griglia prestabilita, mentre l'ambiente esterno (fiori, fiumi, animali) è opera della fantasia del pittore. Una volta imparata la tecnica, l'artista può concentrarsi sul colore e i contorni. Per quanto riguarda i colori ne usiamo tre: l'oro, che solitamente viene usato per la figura chiave del dipinto, i pigmenti naturali e i pigmenti minerali".
Kelsang ci mostra i diversi pigmenti e spiega in che modo fabbricano i pennelli, strumento fondamentale per ottenere risultati precisi.
"Preferiamo fabbricarci i pennelli per conto nostro, per una questione di qualità. Il pelo è del gatto selvatico. Usiamo la colla di yak per incollare il pelo al legno e leghiamo il tutto con uno spago per una o due ore. A quel punto il pennello è pronto. La sua durata è di un anno circa".
"Fra i vari dipinti ci sono anche delle calligrafie, di cosa si tratta?"
"Sono mantra, ossia preghiere molto potenti. I mantra vanno ripetuti costantemente, fino a quando vengono assimilati e diventano parte integrante con l'essere. Spesso sono inscritti all'interno di forme geometriche che hanno un particolare significato spirituale.
Il risultato è un simbolo esotericamente molto potente".

Per realizzare un Thangka occorrono all'incirca quattro mesi di lavoro. La durata dipende dai dettagli e i pittori lavorano otto ore al giorno, senza distrazioni.
"Chi sono i vostri clienti? È possibile acquistare i Thangka online?".
"I nostri clienti sono soprattutto cinesi e facciamo solo vendita diretta. In passato le opere venivano acquistate per pregare, oggi vengono più che altro considerate opere d'arte. Per i monasteri tibetani dipingiamo gratuitamente, ma la figura sacra viene lasciata con gli occhi bianchi e solo quando i monaci effettuano la donazione in natura (ad esempio riso, burro di yak) l'artista "apre" gli occhi al soggetto dipinto".
Al termine Kelsang ci offre il pranzo. Mangiamo riso e vegetali sotto il sole bruciante, riscaldati da un'energia che sembra inglobare la città stessa, la città sacra custodita nel cuore delle montagne, dove ogni cosa sembra avere una doppia identità: una faccia per i turisti e l'altra, enigmatica, che sospira nel freddo delle sue vie.




